Buongiorno. Ieri è stata una pessima giornata. Di quelle che arrivano come la nebbia all’improvviso e coprono ogni cosa. E non c’è via di scampo perché puoi girarti da una parte e dall’altra, ma non ci sono punti di riferimento, né niente. E anche se detesto ammetterlo, c’è anche il Natale di mezzo che scatena mille fantasmi. Insicurezze che vanno e vengono come le nuvole nella stagione delle piogge. Che a pensarci bene è ridicolo NON credere in Dio, NON dare valore ad alcun simbolo legato alla “nascita” e poi cadere come una mela dall’albero ogni volta che accendono le lucine in città. In questi giorni (un po’ deprimenti, lo ammetto) sto rispolverando alcune nozioni di psicologia generale. [Uno dei miei primi esami all'Università, con una vecchia salma che si chiamava (se non sbaglio) Reale e che per mettermi a mio agio, appena mi sono seduto, mi ha chiesto la fase anale. Un viaggio tra le feci, ecco]. Allora ho cominciato a scavare tra i “meccanismi di difesa” perché, secondo me, questa storia del Natale ne ha del patologico e andrebbe affrontata con grande attenzione. Se potessi sedermi sul divanetto dell’analista, oggi, partirei da questo. Il mio Natale da piccolo, quello che ho trascorso negli ultimi anni, e quello che vorrei. E credo (da presuntuoso che sono) che la chiave per leggere il problema sia il meccanismo di difesa, in particolare la proiezione. La rimozione la conosciamo tutti. Non facciamo altro che nasconderci le cose che ci fanno male per vivere più sereni. Ma la proiezione è più subdola perché è un meccanismo di difesa attraverso il quale attribuiamo all’esterno (persone o cose), sentimenti e desideri che rifiutiamo e che appartengono al nostro inconscio. Quindi, mentre nella rimozione l’idea sgradevole viene ricacciata nell’inconscio e nascosta, nella proiezione l’idea sgradevole, carica di sensi di colpa e di dolore, viene spostata sul mondo esterno. Un po’ come quando ci innamoriamo, insomma. Nella fase di innamoramento l’altro può essere “agganciato” dinamicamente perché gli attribuiamo un ruolo compensativo delle frustrazioni e dei vuoti affettivi vissuti nel passato. Ce lo costruiamo su misura, insomma. Maggiore è la proiezione, maggiore è il dispendio energetico che dobbiamo mettere in atto per arrivare ad eludere intere porzioni di realtà. Per questo si dice che “l’amore è cieco”. Prima o poi le illusioni proiettive finiscono e vengono sostituite da un senso di profonda delusione e rancore. Ecco allora che forse il Natale è la mia espressione più compiuta del rancore e della delusione che provo nei confronti del mondo. Chissà da piccolo quanto energie ho investito per costruirmelo bello. I viaggi, Roma, i cugini lontani. E poi all’improvviso si è trasformato tutto in una grande merda, fatta solo di regali finti e di commesse scortesi che saltano la pausa pranzo. Vi rivelo la ricetta che ieri mi ha riportato dalla tristezza al sorriso? La soluzione è stata, in parte matura, in parte totalmente folle (perché ho dovuto per forza consolare anche l’Es). E’ l’inconscio che guida, sempre. E richiede una soddisfazione immediata delle pulsioni. La parte razionale l’ho calmata fisicamente e verbalmente. Sono andato a correre e ho parlato con due amici che mi fanno stare bene, sempre. L’inconscio l’ho placato con un acquisto assurdo. Sono andato in una concessionaria alle ore 06.00 e alle ore 06.45 sono uscito con un’auto nuova. Senza provarla, per intenderci. Anziché fare aggiustare quella vecchia, mi sono tolto lo sfizio di sentire che nella vita faccio come cazzo mi pare. E che l’auto non è altro che quattro ruote che si muovono. E chissenefrega. Non so se ha un senso quello che ho scritto. Però le chiacchierate, la corsa, e la Peugeut 5008 (lo scrivo per abituarmi all’idea) mi hanno fatto tornare sereno. E questa mattina c’è il sole e canto. Sarò proiezione o quello che volete voi. Ma le nuvole vanno e vengono, e quando se ne vanno, bisogna danzare.
Paranoie da psicologo dei poveri
dicembre 7, 2011 di Fabrizio
“Così come si provocano o si esagerano i dolori dando loro importanza nello stesso modo questi scompaiono quando se ne distoglie l’attenzione” (Sigmund Freud)