Scrivere è uno sfogo. E per farlo ci vuole energia. Quella che rimane in canna si sputa sul foglio. Per me, è così che funziona. E in questi giorni non ce l’ho. La sto usando tutta, e arrivo a sera che sono un catorcio. Sono anche influenzato, ma quello è un altro discorso. Sono emozionato e un filo spaventato, ma questo è ancora un altro discorso. Sono sempre sul filo del rasoio con incontri che vogliono dire sì o no. Decisioni maturate in anni di riflessione che, come mi capita sempre, si risolvono quasi per caso, con un tuffo da Londra e atterrando sull’aeroporto sbagliato. Chi mi conosce sa che la routine mi uccide. Ma anche aspettare che il destino si faccia vivo al telefono è un’esperienza che logora. E quindi sono stanco, di una stanchezza che avrei bisogno di migrare un paio di giorni nel corpo di un impiegato del catasto in pensione per riuscire a recuperare le energie. Ecco, queste righe per rispondere alle persone che mi hanno chiesto che succede e perché non scrivo sul blog. Un mix di spossatezza, paura e bisogno di esorcizzare, condito da una buona dose di ottimismo e di voglia di ripartire, subito.
“All’inizio della primavera
vagando nel giardino,
senza uscire dal cancello“. (Kyōshi)