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Ho voltato pagina più volte. E alla fine il gusto sta nel momento. Quando ti rendi conto che stai per chiudere un capitolo e cominciarne un altro. Quando il nuovo arriva la passione è già bella che finita. È come dopo un orgasmo: tutto torna a scorrere come prima. Sei moderatamente felice, ma l’eccitazione è andata, ecco. Non so perché mi viene voglia di scrivere questa cosa. Forse perché sta morendo una settimana. Oppure perché la prossima sarà mare e infradito. O perché ci sono mille cambiamenti dietro l’angolo. E di angoli ce ne sono sempre un’infinità, grazie a Dio. Ecco allora una sintesi delle ultime esperienze degli ultimi mesi. Belle, forti, complicate, favolose. Soprattutto, pittoresche. Perché la vita va vissuta vestendo tutti i colori dell’arcobaleno. Have a nice day!

Have a nice day!

Mi sento fuori dal tunnel delle Feste. Chi non conosce questa patologia non può che astenersi dal giudizio. C’è gente che non riesce a prendere l’ascensore, mica la obbligano a salire e scendere per tutta la vita, per dire. E invece le Feste arrivano e tornano ogni anno, puntuali come il sollecito del bollo scaduto. E non puoi farci niente se ogni gesto, ogni pranzo, ogni spostamento ti ricorda come era il mondo, come è, e come vorresti che fosse. Le persone che non ci sono più. Le scelte che hai fatto che hanno sfoltito le frequentazioni. Il vuoto che hai dentro che vibra come le lucine dell’albero di Natale. Chi ha una vita piena non dovrebbe mai fermarsi. Il pieno lo sai affrontare, ci stai comodo se conosci le regole del gioco. Lo spazio tra un pranzo e una cena può diventare il vuoto d’essere che mostra l’inconsistenza di ogni regola di convivenza civile. E la tentazione di prendere un aereo a caso per sentirsi libero la proposta più allettante e sensata che ci sia. Mi trovo a Reggio Emilia, sto per andare a Milano. E saranno incontri, e pranzi e saluti che mi viene voglia di brindare al feriale. Non sottovalutate il tempo dei giorni comuni, i regali inaspettati, le cose belle tra una riunione e una mail. La vita è ciò che accade mentre digiti sul tuo iPhone. Have a nice day!

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Fabrizio Raimondi

Saluti da Muscat

Mica può mancare la TOP TEN prima di tornare a casa. Siamo già a Muscat, un aeroporto che conosco a memoria e che non offre alcun sollazzo. Serve come ponte per tornare a casa, per evitare drammatizzazioni.

Allora, dritti al sodo:

1. Le figlie di Ricky che giocano sulla spiaggia con Emma. Swahili e italiano che si incontrano per una magia che solo i bambini sanno fare.
2. La passeggiata in mezzo al mare. Il miracolo della bassa marea con le stelle marine e Pepe “Lingua di sabbia” che porta Emma (principessasssa) in spalla per non farla stancare.
3. La sunset boat: i tamburi sulla barca, i balli africani che non lasciano nulla all’immaginazione. L’emozione del tuffo dalla barca proprio quando muore il sole.
4. Emma che divora due libri in una settimana. Che è grande e capisce tutto, senza pietà.
5. La gita con Paride e Riccardo che nonostante tutti i problemi restano sempre amici. Come direbbe Ricky, “cuore buono”.
6. Le signore del massaggio della spiaggia. La loro dolcezza con Emma che per loro è e sarà sempre Anna. Rien à faire.
7. La confidenza coi beach boys che hanno cominciato a considerarmi uno del posto. E mi raccontano storie, problemi, e chiedono consigli sul business perché noi italiani abbiamo “testa grande per affari”.
8. Il Sindaco. Un’istituzione sulla spiaggia di Kendwa. Mi telefonerà domani per avere un suo sito perché “tutti quelli che venire da Italia devono sapere chi è Sindaco e che fa le escursioni più belle di Kendwa”. 9. La spiaggia che è borotalco e che ora che ho le scarpe mi sento in galera. 10. Emma ed io. Io ed Emma. Un ricordo che sarà per sempre nostro.

Non rileggo, imbarco immediato

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Fabrizio Raimondi

-23!

Sono sveglio da un’ora. Zanzibar è un luogo magico perché mi fa dormire tantissimo. Il sole tramonta alle 18, alle 18,45 c’è già buio pesto e alle 21 è ora di andare a dormire. Se non sei del genere dirty dancing è come andare in rehab. Sole, mare, mille ore di sonno. Oggi è l’ultimo giorno. Sono felice di tornare perché ho tante cose che mi aspettano. Preoccupato perché ne ho tante altre in sospeso. Prima cosa: ho fatto finta che non esista il Natale. Qui è estate, non ci sono palline o alberelli a ricordare che sta per nascere il bambin Gesù. Ho vissuto una libertà totale, dovrò riadattarmi non solo alle scarpe, e alle camicie, e a parcheggiare, ma anche a programmare pranzi, merende e cene, Natale compreso. Nella mia prossima vita sarò un bravo scrittore e scriverò delle feste natalizie e di tutti i fantasmi che si tirano dietro. Comincia a spirare un vento alla Almodovar, il non detto pesa come il segreto di una telenovelas. Scappi chi può, io torno. Hakuna Matata.

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Coconut

Oggi è stato come avere tre figlie, due che parlano solo swahili. Abbiamo chiesto a Riccardo di trascorrere la giornata con le sue due bambine che vivono a Stone Town. Alle 8 erano già ad attenderci, vestite a festa, con tanto di calze e sandali bianchi. Emozionate perché, pur abitando a Zanzibar, il mare bello non lo frequentano mai. Per arrivare qui, servono la macchina, la benzina e i soldi. Da quando il babu Riccardo lavora a Kendwa sono venute qui solo due volte. Un grande onore per noi. Una grande esperienza per Emma che ha passato sei ore a cercare di farsi capire da queste due bambine di otto e dieci anni. Hanno giocato, parlato un po’ a gesti e un po’ in inglese, riso come solo i bambini sanno fare. Gli occhi di queste bambine sono così profondi che mettono soggezione. Siamo stati in piscina, al mare, al ristorante e il papà me le ha lasciate perché chi vive a Zanzibar all’età di Emma è già in grado di cavarsela da solo. Abbiamo cantato Jambo e la canzone del venditore di Coconut (very sweety, very nice, fresh coconut!) perché sono le uniche parole che sappiamo cantare insieme. Tra qualche anno torneremo e saranno promesse spose: il papà è felice perché sono belle e sane ed è sicuro che porterà a casa qualche milione di scellini. Qui è già l’ora del tramonto, stiamo per andare a vedere il sole che si butta nell’oceano. Coconut, very sweety, very nice, fresh coconut!

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Zanzibar è morto

La gente non ci crede, ma la cosa più dura è vivere il Paradiso senza delusioni. La differenza tra dover essere ed essere è un muro impossibile da abbattere.
Perché la prima palma è sempre più bella della seconda che vedrai. E il primo tramonto sarà sempre il cielo più rosso della tua memoria. Tornare sul luogo del delitto è come volere limonare ancora una volta la morosina dei tuoi sedici anni. Solo che sono passati trent’anni. Facile che avrà preso trenta chili, avrà l’alito pesante e l’ascella assassina. Qui il Paradiso c’è ancora e lascia a bocca aperta. L’isola è un mix di colori e suoni che spesso sogno e fantasia coincidono, come in una pausa in fondo al respiro. Ma c’è anche un inferno che lo rende più umano. Il mio amico Riccardo Felice (nome d’arte) si è separato (sì, lo fanno anche i musulmani) ed è triste perché non vede le sue bambine e non ha ancora trovato i soldi per costruire la sua capanna. Il mio ristorante preferito chiuderà, e il mio amico ventitreenne italiano non sa dove sbattere la testa, forse farà l’istruttore sub, oppure tornerà in Italia, se non ce la fa. Il mango a colazione non c’è più (ce lo andiamo a comprare!) perché si fanno economie di scala. E la sorridente vicina australiana Nadine non ci cucina più il barracuda alla piastra perché il marito le ha fatto le corna, hanno litigato, chiudono tutto e si torna in Australia. Au revoir. Emma mi ha detto che (anche) Zanzibar si è trasformato in una telenovelas. Tutto il mondo è paese. E “testa gira coma lancette orologio” come dice il mio amico Riccardo. Sconfiggere una propria proiezione fa sempre un certo effetto. E dà una soddisfazione infinita. Anche Zanzibar è morto, non ci resta che tornare a ballare! Anzi, a nuotare.

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Un incubo chiamato Kiwengwa

Kiwengwa è la spiaggia dove vanno gli italiani quando decidono di andare a Zanzibar per una vacanza esotica. Ci sono il Bravo Club, Francorosso e compagnia bella. E, quando arrivi, donnine che ballano la Zumba e la Amoroso che canta a squarciagola, per dire. Un incubo a dieci ore di areo. Con la consapevolezza di avere il Paradiso a quaranta minuti di auto. Hai solo sbagliato costa, wrong choice. In acqua non riesci a entrare per sei ore al giorno. E non c’è nemmeno il fascino della bassa marea che puoi trovare più a nord e più a sud, come a Waikiki che è il punto dove bisogna andare per capire come funziona il miracolo della marea. È come se la spiaggia si aprisse in un’infinità di mari, uno dentro l’altro, per confonderti fino a non capire più qual è la direzione. Un deserto di acqua, e le dune sono bianche, e la strada verso il mare un mix di eros e thanathos con stelle marine, conchiglie da souvenir e un’infinità di bastardisimi ricci di mare pronti a lasciare un segno indelebile nella tua vacanza. Noi siamo arrivati con Riccardo che, prima di passare a Kendwa, ha lavorato per dieci anni in questa parte sfigata dell’isola. E ci ha presentato Pepe, lingua di sabbia che ci ha guidato verso le stelle marine. Un chilometro di acqua bassa calda da cuocerci le linguine e di mille colori. Tra zanzibarine che coltivano alghe per i giapponesi, turisti a caccia di selfie (pochi, per fortuna, a novembre) e residenti che cercano disperatamente di raggiungere il mare vero, quello in cui si può nuotare. Che dire? È stato come andare su Marte. Sapere che il mare lo muove la luna è un conto. Viverlo sulla propria pelle, tutta un’altra storia. E tornare con lo zaino in testa come gli zanzibarini, un’immagine che rimarrà per sempre tra i ricordi più cari. Non è la prima volta che vivo la bassa marea, ma questa è stata l’esperienza più forte. Col sole accecante, Emma in spalla a Pepe, lingua di sabbia e i suoi amici intorno a cantare. La gente qui sorride di più. Oppure ha i denti più grossi che spiccano sul muso scuro. È sempre una questione di punti di vista. Passo e chiudo, jambo, mambo, poa.

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Fabrizio Raimondi

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