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Carpe shellfish

Felice per il cielo del nord. Entusiasta per il
mondo che cambia ogni volta che scendo dall’aereo. Per i frutti di mare. Per i bambini biondi che sorridono sul molo a Oslo. Per il tempo che cambia. Per le barche che disegnano il mare. Per il fresco che ci vuole il maglione. Triste per chi non capisce che la vita è troppo corta per sprecarla lamentandosi o bevendo cattivo vino. Regards from Oslo.

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Fabrizio Raimondi

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Gate 8 del Terminal 8 del JFK. Sono passate tre settimane. Abbiamo preso non so quanti aerei, non so quanti bus, non so quanti traghetti, metro, tram e compagnia bella. Abbiamo patito il caldo nel Far West, sentito freddo a San Francisco e poi ancora caldo a Las Vegas. È stata un’orgia di tutto. Di cibo, stimoli, divertimenti, parchi, negozi, colazioni e fusi orari. Il viaggio finisce qui a New York, e non poteva essere altrimenti. Qui è la somma di tutto. È l’America all’ennesima potenza. Diversa dal resto, e così fiera di esserlo. Accecante e puzzolente, aggressiva e ruffiana, sublime e fetente. È la terza volta che ci incontriamo negli ultimi due mesi, ma ancora non riesco a resisterle. A non guardarla con gli occhi dell’amore. Ve beh, lasciamo perdere che altrimenti divento patetico. È tempo di bilanci. In queste tre settimane mi sono tolto molti sfizi. Ho sfrecciato con un SUV nel deserto a 200 km all’ora, ho scalato le montagne a Zion Park, ho passeggiato intorno ai camini delle Fate a Bryce Canyon, ho mangiato costine di maiale e pannocchie in semplici ristoranti del West e i piatti più fusion del globo nei sofisticati locali di Manhattan, ho pattinato a Venice Beach e ammirato l’imponente Golden Gate a San Francisco. Ecco la mia personalissima top 10, nel caso vi capitasse di spendere (almeno) tre settimane da queste parti.

1. Sempre New York. La vista dell’Empire dall’Arlo Hotel a Nomad. Il lobster roll al Peal Oyster Bar, Shack Shack al Madison Square Park, con i tavolini che si affacciano sul Flatiron e sull’Empire. Il traghetto per Brooklyn, il BBQ al Fetta Sua di Williamsburgh, le colline di Central Park. Passeggiare e vedere sbucare il Chrysler Building quando non te lo aspetti.
2. Bryce Canyon. I camini delle fate. Lo spazio, le vertigini, il rosso delle montagne e l’azzurro del cielo. La natura che sa disegnare forme perfette senza un perché.
3. Horseshoe bend. La forza della natura. Il Canyon e il Colorado River. Le vertigini, il fuso che cambia quando torni a Page.
4. San Francisco. Il quartiere Mission, la cultura latina che la fa da padrona. Le salite e le discese. I giardini con vista su Downtown. Giocare a scegliere in quale casa abitare. I leoni marini al Pier 39.
5. Venice Beach. Provare a fare il bagno con le onde che ti lasciano KO. I rollerblade sul lungomare. Essere leggeri, strizzare l’occhio alla commedia della vita che non si ferma mai. Il sole che va a dormire sull’Oceano.
6. Las Vegas. L’hamburger di Gordon Ramsey. Le montagne russe del New York New York, gli sguardi dei giocatori che non vanno a dormire, le fontane del Bellagio, le feste dei ragazzi che si lasciano andare.
7. La Monument Valley. Essere in un western davvero. L’auto che diventa parte di te.
8. I paesini in mezzo al nulla. Monticello, Salina, e altri che non ricordo. Quelli nello Utah, tra Subway, distributore di benzina e la prossima città. Che vivono di Motel, di gente in transito con gli occhi stanchi per il lungo viaggio, sempre.
9. Zion Park, i sentieri che vanno in alto. Lo sforzo e il premio della vista. La consapevolezza che “mai più”.
10. La Rodeo Drive, Beverly Hills, Hollywood. Gli eccessi di una California che sembra un outlet. La ricchezza urlata che ci rende così fieri di essere europei.

E più di ogni cosa, non rispondere al telefono per tre settimane. Usare la connessione solo per postare le foto delle vacanze. Non guardare la Tv. Non sapere cosa succede in Italia. Sentirsi libero di cambiare percorso, hotel, ristorante, idea.

Boarding, have a nice day!

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Fabrizio Raimondi

Playlist di New York

Non c’è mai un viaggio senza cambio di rotta. Questa volta il percorso è stato rivoluzionato una notte di qualche settimana fa, a Valmozzola, perché non me la sono sentita di fare 6.000 chilometri in auto. Per tenere parte del viaggio e non dovere cambiare i biglietti aerei, abbiamo fatto i salti mortali e ci abbiamo messo dentro qualche stramberia. Oggi, ad esempio, è follia. Il volo per New York non lo prendiamo a Los Angeles (fino a qualche ora fa eravamo svaccati a Venice Beach), ma a Las Vegas. Ecco perché il mio grosso culo (qui dicono junk in the trunk) si trova su un merdoso bus della Greyhound diretto verso la città del peccato. Dormiremo a Vegas e domani all’alba prenderemo l’aereo per New York.
Solo due giorni per mostrare a Emma tutte le meraviglie della mia città preferita. C’è già stata, ma era piccola e non si ricorda un bel niente. Difficile fare una playlist. Impossibile lasciare Manhattan senza vedere, fare, mangiare un milione di cose. Ci penseremo stanotte, a Vegas! Have a good afternoon!

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Fabrizio Raimondi

Quindici anni fa (più o meno) mi è successa una cosa che mi ha cambiato la vita. Un giorno, il mio capo ha deciso che mi sarei occupato, non solo delle pubbliche relazioni in Italia, ma anche all’estero. E all’improvviso il mio cellulare ha cominciato a suonare in diverse lingue del globo. Con fusi, abitudini, pensieri, sapori diversi a ogni latitudine e longitudine. Lavoravo come responsabile dell’ufficio stampa del Consorzio del Prosciutto di Parma e questa cosa ha cambiato radicalmente la mia percezione del mondo. Perché una cosa è sapere che in ogni luogo le cose cambiano, altra è viverlo grazie al rapporto diretto con persone che fanno il tuo stesso lavoro, ma a Londra, a Parigi, a New York o in Giappone. Perché vi sto raccontando tutto ciò? Perché quel preciso giorno in cui mi è stato comunicato che avrei dovuto parlare in pubblico in due lingue diverse dalla mia mi ha preso il terrore, la paura di non essere all’altezza, di non sapermi spiegare. E ho chiamato Kristin, una ragazza californiana che abitava a Parma e che ci è rimasta quattro anni a insegnare inglese a gente come me. Veniva a casa mia, conversavamo, lei mi raccontava della sua vita a San Diego e io parlavo delle mie giornate al lavoro e dei miei progetti per il futuro. Kristin non ha avuto fortuna a Parma. La vita degli stranieri nelle città piccole non è semplice. E dopo qualche anno ha deciso di tornare dalla famiglia a San Diego. A Parma, ha conosciuto Ermanno (siciliano verace), ci ha fatto un figlio (Sam), poi si è sposata a Las Vegas (il giorno stesso che Ermanno ha ottenuto il divorzio dalla seconda moglie) e ha cominciato la sua nuova vita a San Diego. Ho conosciuto Sam appena nato (un mese prima di Emma) e poi non ho più avuto occasione di parlare o di vedere Kristin. Abitava vicino al Barilla Center e viveva di pollo allo spiedo comprato a Barriera Repubblica. Ricordo molto dettagli delle nostre conversazioni, così come Kristin si ricorda dei viaggi che ho fatto o dell’oca verde di legno che ancora vive a casa mia.
L’ho rivista oggi, a distanza di 11 anni. È venuta a prenderci a Venice Beach con la sua Prius (ci siamo stretti in 6 in auto) e siamo andati insieme a Beverly Hills e a Hollywood. Io con moglie e figlia, lei con marito a figlio.
Ci sono persone che ti lasciano qualcosa e che sai che prima o poi rivedrai nella vita. Sintonie che si creano, fili invisibili che ti legano a persone lontane anni luce dal tuo modo di guardare al mondo che resistono nonostante ci sia l’Oceano di mezzo. Abbiamo vissuto una giornata surreale insieme. Abbiamo preso la strada per l’Osservatorio di Los Angeles (Sam voleva fotografare la collina di Hollywood) e ci siamo trovati in coda per il concerto di Alice Cooper. Sam mi ha fatto morire dalle risate, con il suo slangue e le sue battute da quasi-teenager americano. La famiglia Maccarone ci ha raccontato una California che non conosciamo. Se ne sono andati e ci hanno regalato una grande nostalgia. Di quelle belle che ti fanno venire voglia di tenere saldi i rapporti con le persone che senti vicine. Have a good night, regards from L.A.

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Fabrizio Raimondi

Siamo stati sulla spiaggia fino a sera a guardare il tramonto. Un freddo boia. Il vento in California soffia fortissimo. Le onde si incazzano e il mare fa la schiuma ovunque. È stato bellissimo saltare le onde con Emma, con la sua mano strettissima per non farla volare via. Il suo primo “bagno” californiano: il braccio di ferro con l’imprevedibilità e il confronto con una forza ingovernabile. Ricordo la prima volta che ho sentito parlare di sublime dinamico. Il buon vecchio Kant, ecco. Alle 19,47 il sole ci ha lasciato accompagnato dai sorrisi a 50 denti di una esaltata che ha pregato, fatto yoga e ingoiato una ciotola di spinaci quando è morta la stella che le dà energia. Abbiamo quindi preso le distanze dalla spiaggia e abbiamo cercato un posto in cui mangiare. E fu così che finimmo nel locale trendy di Venice (si chiama Dune) con i ragazzi vestiti alla Williamsburg, la scritta organic presente ovunque (il primo segnale della presenza del Dio Healthy), i tavolini con le sedie scompagnate, le posate da prendere da soli, humus come se non ci fosse un domani. Ho ordinato l’avocado Toast con aggiunta di uovo sodo (non sono mica vegano). Squisito. Gustato con un outfit perfetto. Costume da bagno da teenager con le scritte dei college di tutti i colori, maglietta di Mr Beard comprata in una bancarella a Londra (un homeless mi ha urlato perché ho questa maglia dato che non ho la barba. In effetti…), ciabatte bianche anni ‘80 che ogni volta che me le metto ringrazio di essere Oltroceano.
Siamo andati a letto alle 21,30, con la faccia rossa, le gambe spezzate, esausti. Ed è già mattina. E sarà un’altra giornata pittoresca in compagnia di amici che non vediamo da 15 anni. Hollywood arriviamooooooooo!

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Fabrizio Raimondi

Sono sdraiato a Venice Beach, Los Angeles, nella parte più caciarona, quella vicina a Muscle Beach. C’è un casino che riempie le orecchie. Il sole. Il cielo blu. Le parole che arrivano in inglese, e poi in spagnolo, e poi ancora in inglese. La musica delle onde dell’Oceano che si infrangono a riva. Le ragazze che dicono: “amazing” e i ragazzi che giocano a calcio e guardano il culo alle ragazze che dicono “amazing”.
Non ci sono solo turisti: è sabato e la spiaggia è invasa da teenager e anche dalle famiglie con la ghiacciaia. Un po’ la nostra Versilia, solo con qualche onda in più, e col burrito al posto dell’insalata di riso.
È bellissimo: un film, e dentro ci siamo noi. Che siamo arrivati col bus della Greyound alle 6 del mattino. Che abbiamo fatto colazione con le uova strapazzate e il bacon. Che abbiamo noleggiato i rollerblade e ci siamo tuffati nel fiume della vita californiana. Ci sono meno disadattati qui che a San Francisco, ma l’umanità assume sfumature inenarrabili.
A volte (anzi, spesso) penso che sia un peccato che il mondo non sia sempre così. Il sabato, col sole, d’estate, a Venice Beach.

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Fabrizio Raimondi

Leaving San Francisco

Sono le 8 del mattino. È l’ultimo giorno a San Francisco. Che mi è piaciuta tanto lo sapete già. Che mi ha inquietato il numero degli homeless e dei “disturbati” in giro per strada ve lo dico ora. Non puoi fare due metri senza imbatterti in un diversamente normale che parla da solo. Ieri, sul bus di ritorno dal Golden Gate Bridge Park, abbiamo incontrato un uomo che si dava fuoco alle mani. Tra veterani, psicopatici, alcolizzati e strafatti il panorama è sconcertante. È vero che non danno fastidio in alcun modo, ma è spaventoso pensare che la società non aiuti in alcun modo queste persone. OMG, da quando ci sono Trump e Salvini ho virato troppo a sinistra?!?! Va beh, comunque San Francisco mi è piaciuta anche se non credo di averla capita fino in fondo. E me la immaginavo molto diversa. Più fighetta, più viva (alle 9 di sera c’è già poca gente in giro), più cool. È senza dubbio la città più bella che ho visto negli States. Ieri, con il sole pieno, le discese e le salite si sono illuminate, i giardini hanno brillato, lo skyline è venuto fuori nella sua disarmante bellezza. C’è il mare, c’è il verde, c’è tutto.
È ora di impacchettare tutto e di cambiare meta. Con una piccola variazione che renderà il viaggio ancora più interessante. E un’esperienza di vita che non si poteva non fare in un viaggio in the road. Raggiungeremo Los Angeles con il bus della Greyhound, quello grosso dei film. Lo abbiamo preso l’anno scorso a Rio de Janeiro e siamo ancora vivi. Mi pare di buon auspicio! Have a nice day!

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Fabrizio Raimondi

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