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Ed eccomi qui al Gate E14 dell’aeroporto internazionale di Las Vegas in partenza per San Francisco. Ho le occhiaie che sembro un panda e lo stomaco a puttane, a forza di hamburger e noodle. Abbiamo usato Las Vegas come base: nel surreale ci sappiamo muovere bene.
L’arrivo a Vegas è stato turbolento. Me la sono cercata: ho schiacciato l’acceleratore fino a 120 miglia orarie (duecento all’ora più o meno). Ma come puoi percorrere una strada enorme con vista deserto con un SUV sotto il culo che ha più cavalli di tutto il far West e rispettare il limite di 75 miglia all’ora? Sono partito da Arches Park e ho divorato lo Utah, poi l’Arizona e infine il Nevada. Fino a che, a meno di 50 chilometri dalla città del peccato, una pattuglia della polizia non mi inseguito. Un déjà-vu, esperienza già vissuta una decina d’anni fa a Toronto. In quel caso lo sceriffo ha avuto pietà. Questa volta invece no. E tra le mie medaglie ho ora una bella “citation” con udienza il prossimo 7 novembre nella Contea di Clark (che è poi quella di Las Vegas). L’ho presa malissimo, poi questa mattina ho chiamato la Corte di Giustizia e mi hanno detto che presto potrò verificare online il verdetto e mi spiegheranno come fare ammenda, senza presentarmi in quel di Clark. Alla domanda: “Are you a criminal?” mi è venuto spontaneo rispondere: “not yet”. Per fortuna il poliziotto era in buona, ha sorriso e mi ha pure fatto uno sconto sulla multa, indicando che facevo 90 anziché 105 miglia all’ora.
Va beh, a parte questo, Las Vegas ci ha riservato poche sorprese e molte conferme. Abbiamo camminato moltissimo lungo lo Strip, abbiamo mangiato porcate come se non ci fosse un domani, abbiamo visto gente assurda/nuda e maniaci assetati di azzardo, abbiamo comprato oggetti kitsch che non vedo l’ora di piazzare sulla scrivania, abbiamo fatto il giro della morte sopra New York e all’interno di un Circo (le prime vere montagne russe di Emma), abbiamo giocato (poco) e perso, ça va sans dire. Chi dice che a Las Vegas si mangia male sbaglia. L’hamburger di Gordon Ramsay è da paura, e a Downtown ho mangiato i ramen più buoni che io abbia mai trovato in Occidente. Ho fatto un’ora di coda in un buco in un parcheggio lungo una via trafficata. No breathtaking view, no fronzoli, ma ramen buoni da piangere al Monta Ramen. Se passate da queste parte andateci, trovare Tokyo a Las Vegas è un’esperienza mistica!
E tra un’ora si parte. Non sono mai stato a San Francisco e ho paura del confronto. Tutti che dicono che è bella: è la capitale di tutto e piace a tutti. E la cosa più atroce è che è piccola. Per me gli Stati Uniti sono New York. Quando sono stato a Boston (che piace a tutti perché è “così europea”…) non ho fatto altro che lamentarmi perché non mi sentivo negli States. Il parco non era Central Park, non c’era il Chrisler Building, mancavano le panchine di Woody Allen. Più leggo la guida e più leggo che ci sono curve pittoresche, zone malfamate trasformate in giardini con pappagalli che cinguettano, il porto che è diventato un salotto con tanto di leoni marini a portata di mano, è tutto green e sostenibile. Speriamo che ci sia qualche tombino puzzolente e che la gente non sia come quella che ho incontrato a Harvard, si salvi chi può!!! I Keep you posted, regards from Vegas F.

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Fabrizio Raimondi

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Con la camminata di Windows Trial e di Landscspe ci siamo tolti dai coglioni tutti i sassi dello Utah e possiamo cominciare a goderci il consumismo degli Stati Uniti senza sensi di colpa. A parte gli scherzi, anche Arches Park ci è piaciuto. Non abbiamo visto tutti i 2 mila archi rocciosi naturali del parco (pietà!) e abbiamo scelto due percorsi alla nostra portata. Sempre troppo per noi. Sempre un caldo boia. Sempre la bottiglia da riempire alla fontana. Un po’ un andare contro natura. Pesci fuor d’acqua che non hanno le scarpe, l’andatura e lo zaino giusti, e che provano più gusto ad alzare la mano sulla Quinta che a scalare le vette sotto il sole e con quaranta gradi. Comunque gli archi sono uno spettacolo. Vale la pena sudare e affrontare l’entusiasmo degli escursionisti. Dimensioni inaudite, cielo blu assoluto, sabbia rossa. Il Far West con spettacolari formazioni rocciose che stanno in bilico sul ciglio della strada, labirinti di lame di pietra color fuoco. Bello vedere e bello scappare. Da Arches a Salina (mi trovo in un altro Motel da serial killer) ci sono circa duecento miglia di nulla. Rocce, un paio di benzinai e qualche officina dall’aria spettrale.
Domani mattina all’alba punteremo verso Las Vegas e torneremo alla civiltà (si fa per dire) per poi ripartire con un bel giro delle città. Già l’idea di trovare un espresso ci emoziona. L’ultimo l’ho bevuto dal benzinaio. Una sorta di espresso-to-go in plastica, il pocket coffee dei poveri. Starbuck’s arrivooooooooooo!

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Fabrizio Raimondi

Sono a Monticello, un paesino inesistente nello Utah. In un Motel di quelli che si affacciano sulla strada principale che è anche l’unica che c’è. Gente losca, seduta su sedie di plastica che fuma in pigiama. Pick up da serial killer, reception che vende le batterie, per dire. Sono a metà strada tra la Monument Valley e Arches Park, l’ultima tappa che abbiamo nel South West. Oggi è stato difficile abbandonare Page. Ci siamo stati solo due giorni ma ormai conosciamo tutte le strade, i benzinai, i ristoranti e persino le chiese. Sì perché c’è una via tutta piena di Chiese: cattolica, luterana, protestante ecc. E un’altra dove ci sono i ristoranti e i supermercati. E basta, credo. Due vie che si rincorrono, qualche piazza sintetica a rendere più friendly la vita che scorre dritta tra la diga e il benzinaio.
Page è stata un’esperienza intensa. Il Colorado che diventa Lake Powell, la magia e le vertigini di Horseshoe bend, il rosso del canyon di Antelope che non dimenticherò mai. L’abbiamo lasciata questa mattina, dopo una colazione da cowboy. E siamo arrivati alla Monument Valley che è esattamente come te la immagini. Ti senti piccolo, una merda dinnanzi alle montagne. Bello e grandioso. Con un cielo che non potrebbe essere più blu e nuvole che sembrano disegnate dalla mano di un bambino. Stupendo. Ma nessun brivido. Le icone mi lasciano sempre un po’ indifferente. Se ci passate, merita una sosta, ma… i camini delle fate di Bryce Canyon, le vette di Zion, il Fiume Colorado al tramonto hanno tutto un altro sapore. Domani punteremo verso nord: sulla carta Arches Park sembra una meraviglia. E poi torneremo a Las Vegas. Lasceremo l’auto e cominceremo la “vita da città”. Strano, ma vero, la natura non mi ha ancora annoiato. Sarà che sto diventando vecchio? Oppure è solo perché cambio stato e fuso ogni giorno? Have a nice day!

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Fabrizio Raimondi

Sì, Antelope Canyon è una trappola per turisti. Si va in fila come i giapponesi. Si parte tutti insieme. Ci si ferma tutti insieme. Si dice wow tutti insieme. La guida consiglia quale filtro mettere sull’iPhone per immortalare i giochi di luce. E quale inquadratura ti darà l’effetto del drago, della farfalla e, persino di Abramo Lincoln, a mettercisi di impegno.
Ma non si può che rimanere a bocca aperta. Due milioni di anni hanno disegnato un labirinto in mezzo al deserto. Il rosso brillante delle pareti intagliate dalla forza del vento e dall’acqua. La luce che entra, separa, evidenzia e colora. La meraviglia dei riflessi che fa dimenticare il caldo, la gente da villaggio vacanze, lo storytelling che parte ogni ora come l’annuncio dei treni.
Andateci. Si spegnerà il cinismo, almeno per qualche minuto. Fino al rientro con la navetta.

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Fabrizio Raimondi

Scrivo da Page: non ho ancora capito bene dove sia, ma è un luogo che se attraversi la strada e vai a vedere il panorama scatta il fuso orario. Giuro! Comunque sono in Arizona. Siamo passati da New York, al Nevada e ora siamo nello Stato del Gran Canyon e del Colorado. Ho un SUV gigantesco che si chiama Armada (il nome rende l’idea), se schiaccio l’acceleratore sembra di essere sul Concorde. E per scendere ci vuole la scala. Non so da dove cominciare perché questi due giorni sono stati infiniti. Impressionante i camini delle fate del Bryce Canyon. Bello lo Zion State Park (minchia che caldo!) e da brivido l’Horseshoe bend. Una cartolina che soddisfa le aspettative. Il deserto (o quasi), il Canyon, il fiume verde. E persino l’arcobaleno. What else? Vado a letto che sono distrutto. Ho dormito due ore a Las Vegas. Tre ore a Tropic, un paesino vicino al Bryce Canyon che se nasci da quelle parti a diciotto anni sicuro che ti fai di crack, o peggio ti metti a cantare la musica country, si salvi chi può. Oggi ho scalato una montagna che si chiama Weeping Rock, la roccia che piange. Bello e caldo. Caldissimo. Ogni chilometro ci vuole mezzo litro d’acqua. Ma ne vale la pena. Tutta questa fatica fisica mi renderà un uomo migliore. Se ne accorgeranno quando arriverò a New York.
Have a good night, non rileggo, spengo il condizionatore e vado a nanna. Ieri notte a mezzanotte mi sono svegliato grazie alla sveglia dell’orologio di Emma. E alle quattro la creatura si è alzata perché nove ore di fuso si fanno sentire. Si è messa fuori dalla porta a leggere un libro fino a che non è spuntato il sole. Ha già capito che non rompere i c…….i è una necessità. Have a good night!

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Fabrizio Raimondi

Sono su un merdoso volo New York – Las Vegas della American Airlines. Di quelli che hanno almeno 20 anni. Non c’è lo schermo, non ti danno da mangiare, la vera animazione è il water. E, siccome sono nelle ultime file, posso godermi lo scroscio: è come essere a Niagara. Abbiamo fatto tappa al JFK di New York: uno scalo sfigatissimo nel terminal 8 che Malpensa a confronto diventa il futuro. No Shake Shack, no altre amenità: il meglio che abbiamo trovato è stato il Deli Brooklyn, un buco maleodorante di quelli che spendi 40 dollari per tre panini senza un perché. Il cielo è rosa, è il tramonto e siamo quasi a Vegas. Se ho fatto bene i conti, Emma ha compiuto 11 anni già due volte, e stanotte festeggeremo ancora. Avremo nove ore di fuso, abbiamo dormito tutti un bel po’: non ci resta che barcollare per lo strip finché non sarà domani. Sono sempre felice quando arrivo negli States. La gioia è pari alla stanchezza. Mi serve una doccia che mi tolga questa puzza di areo e di snack, e cominceranno la vacanza. Questa volta senza “opzione Usa”. Della serie: “sono fuori sede e risponderò al mio ritorno”. Chi vuole capire capisca. Le parole sono finite, è ora di staccare e di trovarne di nuove. C’è chi va in Tibet a cercare la pace interiore, e chi passa da Vegas ché anche un gin Tonic vista finta Tour Eiffel ha il suo perché. Have a fucking nice day!

Non scrivo più. Perché non ho tempo. Perché sono pigro. Perché quello che sento lo tengo per me. Ho imparato a emozionarmi dentro. Perché la mia vita è fuori. Perché le parole sono come i social network: un flusso che viene e che soprattutto va. Perché le persone giudicano. Non capiscono. Sono pietre preziose a distanza, ma da vicino sono armi di distruzione di massa. Perché il cinismo è uno scudo che fa sentire comodi. Sono a Londra. E prima ero a New York, e prima a Parigi. È mattino presto, sento mia figlia che dorme con gusto di fianco a me. Sono fortunato. Non ho la testa ferma in un posto. Non ho un muro che mi impedisca di vedere quanto è sottile la linea tra un pensiero e un altro. Quanto le abitudini siano abiti da cambiare. Quanto l’amore sia l’unica lente per guardare il mondo. E quanto sia patetico prendersi sul serio. Recitare una sola parte è l’errore più sciocco che si possa commettere. La vita è colore, passione, emozione, divertimento. Il bianco e nero tenetelo per la bara, rien ne va plus.

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Fabrizio Raimondi

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