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Il mio posticino

Ho trovato il mio posticino in città. Non è il Golden Gate Bridge, non sono le stradine in salita e in discesa o le case pastello, è Mission: il quartiere latino di San Francisco. Strade che sembra di essere a Cuba, murales che chiedono libertà, giardini fioriti con view su downtown, burrito e giovani ovunque. Che vanno sullo skate, che giocano a palla o si fanno le canne a Dolores Park. Dal freddo della spiaggia, una manciata di chilometri e si arriva in questo limbo latino americano, dove si parla spagnolo e i colori, gli odori, la musica e i sapori cambiano. La nebbia sparisce, arrivano persino i raggi del sole.
Si capisce che l’aria è viziata dai dollari della Silicon Valley e che qui ci sono le insegne dei negozi in spagnolo, le code agli sportelli per inviare il denaro in Sud America, ma anche i nuovi appartamenti che costano 3 mila euro al mese. Brutto da dire, ma Mission è decisamente cool.
Abbiamo mangiato il burrito più buono della nostra vita (60 dollari 3 burrito e due Corona, per intenderci), ci siamo sdraiati all’ombra degli alberi di Dolores Park con vista mozzafiato sulla città. Un pomeriggio perfetto, col sole che finalmente ci ha scaldato. Dopo Williamsburgh, il secondo quartiere “periferico” dove non mi farebbe schifo avere una base. Have a nice evening!

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Fabrizio Raimondi

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Beat city!

E io che pensavo di essere strano. Dopo Las Vegas e San Francisco mi sento davvero banale. Siamo arrivati ieri notte: abbiamo iniziato ad esplorare la città questa mattina, dopo una omelette con tre uova, patate e bagel. Ho i piedi consumati, le salite di San Francisco mettono davvero alla prova.
Questa sera abbiamo visto i leoni marini a Fisherman’s Wharf. Uno spettacolo: si sono appropriati del molo. Strillano, dormono uniti, attaccano briga e giocano a spingersi nell’acqua. Una metafora del matrimonio.
Un freddo boia, ma uno spettacolo ipnotizzante. Abbiamo chiesto informazioni a un guardiano di un parcheggio che ci ha fatto correre per prendere l’autobus per rientrare a Union Square, dove si trova il nostro hotel. Il conducente ci ha aggredito, si è messo ad urlare perché non avevamo i dollari “contati”. In un inglese incomprensibile ci ha fatto una sceneggiata, più che altro perché gli abbiamo fatto perdere il verde. E alla fine si è messo a ridere e ci ha regalato i biglietti sentenziando un “Enjoy San Francisco!”. Pensavamo ci prendesse per il culo, e invece no. I giapponesi che sono saliti insieme a noi sono rimasti senza parole. E il tizio seduto davanti all’uscita (un cinese inguardabile) ha continuato impassibile a mangiare i suoi biscotti, sputando con regolarità in un sacchetto di plastica. Poi è salito un signore di una cinquantina d’anni. Da dietro, normale. Con una valigia nera. Si è girato ed era vestito da supereroe. La città delle idee bizzarre, di Alcatraz e Kerouak non delude le aspettative. Sei da Urban Outfitters nella centralissima Market Street, ti sposti di 50 metri e ti trovi in un covo di barboni. Attraversi la strada e sei in Italia, giri l’angolo e sei in Cina. Templi, pagode e saloon della corsa all’oro. Giovani patinati e emarginati che dormono vista Oceano e che se ne fottono di tutto e di tutti. Ragazzi che si muovono su skate elettrici, ruote supersoniche, ma col casco ben saldo in testa. Negozi organic e odore di canna ovunque. Ancora non ho visto i pappagalli e i murales. Ma ho incontrato il kitsch del Pier 39, e mi pare che a San Francisco ci sia proprio tutto. Non è New York, ma il MOMA c’è anche qui. E non vedo l’ora che sia domani. Have a good night!

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Fabrizio Raimondi

Ed eccomi qui al Gate E14 dell’aeroporto internazionale di Las Vegas in partenza per San Francisco. Ho le occhiaie che sembro un panda e lo stomaco a puttane, a forza di hamburger e noodle. Abbiamo usato Las Vegas come base: nel surreale ci sappiamo muovere bene.
L’arrivo a Vegas è stato turbolento. Me la sono cercata: ho schiacciato l’acceleratore fino a 120 miglia orarie (duecento all’ora più o meno). Ma come puoi percorrere una strada enorme con vista deserto con un SUV sotto il culo che ha più cavalli di tutto il far West e rispettare il limite di 75 miglia all’ora? Sono partito da Arches Park e ho divorato lo Utah, poi l’Arizona e infine il Nevada. Fino a che, a meno di 50 chilometri dalla città del peccato, una pattuglia della polizia non mi inseguito. Un déjà-vu, esperienza già vissuta una decina d’anni fa a Toronto. In quel caso lo sceriffo ha avuto pietà. Questa volta invece no. E tra le mie medaglie ho ora una bella “citation” con udienza il prossimo 7 novembre nella Contea di Clark (che è poi quella di Las Vegas). L’ho presa malissimo, poi questa mattina ho chiamato la Corte di Giustizia e mi hanno detto che presto potrò verificare online il verdetto e mi spiegheranno come fare ammenda, senza presentarmi in quel di Clark. Alla domanda: “Are you a criminal?” mi è venuto spontaneo rispondere: “not yet”. Per fortuna il poliziotto era in buona, ha sorriso e mi ha pure fatto uno sconto sulla multa, indicando che facevo 90 anziché 105 miglia all’ora.
Va beh, a parte questo, Las Vegas ci ha riservato poche sorprese e molte conferme. Abbiamo camminato moltissimo lungo lo Strip, abbiamo mangiato porcate come se non ci fosse un domani, abbiamo visto gente assurda/nuda e maniaci assetati di azzardo, abbiamo comprato oggetti kitsch che non vedo l’ora di piazzare sulla scrivania, abbiamo fatto il giro della morte sopra New York e all’interno di un Circo (le prime vere montagne russe di Emma), abbiamo giocato (poco) e perso, ça va sans dire. Chi dice che a Las Vegas si mangia male sbaglia. L’hamburger di Gordon Ramsay è da paura, e a Downtown ho mangiato i ramen più buoni che io abbia mai trovato in Occidente. Ho fatto un’ora di coda in un buco in un parcheggio lungo una via trafficata. No breathtaking view, no fronzoli, ma ramen buoni da piangere al Monta Ramen. Se passate da queste parte andateci, trovare Tokyo a Las Vegas è un’esperienza mistica!
E tra un’ora si parte. Non sono mai stato a San Francisco e ho paura del confronto. Tutti che dicono che è bella: è la capitale di tutto e piace a tutti. E la cosa più atroce è che è piccola. Per me gli Stati Uniti sono New York. Quando sono stato a Boston (che piace a tutti perché è “così europea”…) non ho fatto altro che lamentarmi perché non mi sentivo negli States. Il parco non era Central Park, non c’era il Chrisler Building, mancavano le panchine di Woody Allen. Più leggo la guida e più leggo che ci sono curve pittoresche, zone malfamate trasformate in giardini con pappagalli che cinguettano, il porto che è diventato un salotto con tanto di leoni marini a portata di mano, è tutto green e sostenibile. Speriamo che ci sia qualche tombino puzzolente e che la gente non sia come quella che ho incontrato a Harvard, si salvi chi può!!! I Keep you posted, regards from Vegas F.

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Fabrizio Raimondi

Con la camminata di Windows Trial e di Landscspe ci siamo tolti dai coglioni tutti i sassi dello Utah e possiamo cominciare a goderci il consumismo degli Stati Uniti senza sensi di colpa. A parte gli scherzi, anche Arches Park ci è piaciuto. Non abbiamo visto tutti i 2 mila archi rocciosi naturali del parco (pietà!) e abbiamo scelto due percorsi alla nostra portata. Sempre troppo per noi. Sempre un caldo boia. Sempre la bottiglia da riempire alla fontana. Un po’ un andare contro natura. Pesci fuor d’acqua che non hanno le scarpe, l’andatura e lo zaino giusti, e che provano più gusto ad alzare la mano sulla Quinta che a scalare le vette sotto il sole e con quaranta gradi. Comunque gli archi sono uno spettacolo. Vale la pena sudare e affrontare l’entusiasmo degli escursionisti. Dimensioni inaudite, cielo blu assoluto, sabbia rossa. Il Far West con spettacolari formazioni rocciose che stanno in bilico sul ciglio della strada, labirinti di lame di pietra color fuoco. Bello vedere e bello scappare. Da Arches a Salina (mi trovo in un altro Motel da serial killer) ci sono circa duecento miglia di nulla. Rocce, un paio di benzinai e qualche officina dall’aria spettrale.
Domani mattina all’alba punteremo verso Las Vegas e torneremo alla civiltà (si fa per dire) per poi ripartire con un bel giro delle città. Già l’idea di trovare un espresso ci emoziona. L’ultimo l’ho bevuto dal benzinaio. Una sorta di espresso-to-go in plastica, il pocket coffee dei poveri. Starbuck’s arrivooooooooooo!

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Fabrizio Raimondi

Sono a Monticello, un paesino inesistente nello Utah. In un Motel di quelli che si affacciano sulla strada principale che è anche l’unica che c’è. Gente losca, seduta su sedie di plastica che fuma in pigiama. Pick up da serial killer, reception che vende le batterie, per dire. Sono a metà strada tra la Monument Valley e Arches Park, l’ultima tappa che abbiamo nel South West. Oggi è stato difficile abbandonare Page. Ci siamo stati solo due giorni ma ormai conosciamo tutte le strade, i benzinai, i ristoranti e persino le chiese. Sì perché c’è una via tutta piena di Chiese: cattolica, luterana, protestante ecc. E un’altra dove ci sono i ristoranti e i supermercati. E basta, credo. Due vie che si rincorrono, qualche piazza sintetica a rendere più friendly la vita che scorre dritta tra la diga e il benzinaio.
Page è stata un’esperienza intensa. Il Colorado che diventa Lake Powell, la magia e le vertigini di Horseshoe bend, il rosso del canyon di Antelope che non dimenticherò mai. L’abbiamo lasciata questa mattina, dopo una colazione da cowboy. E siamo arrivati alla Monument Valley che è esattamente come te la immagini. Ti senti piccolo, una merda dinnanzi alle montagne. Bello e grandioso. Con un cielo che non potrebbe essere più blu e nuvole che sembrano disegnate dalla mano di un bambino. Stupendo. Ma nessun brivido. Le icone mi lasciano sempre un po’ indifferente. Se ci passate, merita una sosta, ma… i camini delle fate di Bryce Canyon, le vette di Zion, il Fiume Colorado al tramonto hanno tutto un altro sapore. Domani punteremo verso nord: sulla carta Arches Park sembra una meraviglia. E poi torneremo a Las Vegas. Lasceremo l’auto e cominceremo la “vita da città”. Strano, ma vero, la natura non mi ha ancora annoiato. Sarà che sto diventando vecchio? Oppure è solo perché cambio stato e fuso ogni giorno? Have a nice day!

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Fabrizio Raimondi

Sì, Antelope Canyon è una trappola per turisti. Si va in fila come i giapponesi. Si parte tutti insieme. Ci si ferma tutti insieme. Si dice wow tutti insieme. La guida consiglia quale filtro mettere sull’iPhone per immortalare i giochi di luce. E quale inquadratura ti darà l’effetto del drago, della farfalla e, persino di Abramo Lincoln, a mettercisi di impegno.
Ma non si può che rimanere a bocca aperta. Due milioni di anni hanno disegnato un labirinto in mezzo al deserto. Il rosso brillante delle pareti intagliate dalla forza del vento e dall’acqua. La luce che entra, separa, evidenzia e colora. La meraviglia dei riflessi che fa dimenticare il caldo, la gente da villaggio vacanze, lo storytelling che parte ogni ora come l’annuncio dei treni.
Andateci. Si spegnerà il cinismo, almeno per qualche minuto. Fino al rientro con la navetta.

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Fabrizio Raimondi

Scrivo da Page: non ho ancora capito bene dove sia, ma è un luogo che se attraversi la strada e vai a vedere il panorama scatta il fuso orario. Giuro! Comunque sono in Arizona. Siamo passati da New York, al Nevada e ora siamo nello Stato del Gran Canyon e del Colorado. Ho un SUV gigantesco che si chiama Armada (il nome rende l’idea), se schiaccio l’acceleratore sembra di essere sul Concorde. E per scendere ci vuole la scala. Non so da dove cominciare perché questi due giorni sono stati infiniti. Impressionante i camini delle fate del Bryce Canyon. Bello lo Zion State Park (minchia che caldo!) e da brivido l’Horseshoe bend. Una cartolina che soddisfa le aspettative. Il deserto (o quasi), il Canyon, il fiume verde. E persino l’arcobaleno. What else? Vado a letto che sono distrutto. Ho dormito due ore a Las Vegas. Tre ore a Tropic, un paesino vicino al Bryce Canyon che se nasci da quelle parti a diciotto anni sicuro che ti fai di crack, o peggio ti metti a cantare la musica country, si salvi chi può. Oggi ho scalato una montagna che si chiama Weeping Rock, la roccia che piange. Bello e caldo. Caldissimo. Ogni chilometro ci vuole mezzo litro d’acqua. Ma ne vale la pena. Tutta questa fatica fisica mi renderà un uomo migliore. Se ne accorgeranno quando arriverò a New York.
Have a good night, non rileggo, spengo il condizionatore e vado a nanna. Ieri notte a mezzanotte mi sono svegliato grazie alla sveglia dell’orologio di Emma. E alle quattro la creatura si è alzata perché nove ore di fuso si fanno sentire. Si è messa fuori dalla porta a leggere un libro fino a che non è spuntato il sole. Ha già capito che non rompere i c…….i è una necessità. Have a good night!

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Fabrizio Raimondi

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