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Non c’è nulla di più POP della fine dell’anno. Perché la gente fa buoni propositi, ringrazia amici, parenti o Dio (sta tornando di moda, ve ne siete accorti?) o urla che è contenta di togliersi dal cazzo il vecchio anno. Come se voltare pagina fosse una questione di calendario. Io non sono capace di fare bilanci: di solito stilo classifiche che servono più che altro a me, per ripescare i nomi dei ristoranti dove sono andato a mangiare. Sono egoista anche nelle top ten, se non altro sono coerente.
Sto andando a Vienna. Non ci sono mai stato: è una città così romantica che ho paura che mi venga la nausea come a Parigi. Ma non si può crepare senza avere visto Vienna, e sono felice di andarci. Arriveremo nel pomeriggio, festeggeremo il nuovo anno per strada, come se niente fosse. Quest’anno è stato ricchissimo. Di viaggi, esperienze e incontri. Di persone che non mi stancherò mai di vedere, soddisfazioni professionali (tantissime!), emozionanti rimpatriate che mi hanno scaldato il cuore. Questo sarà l’anno dei 45. Febbraio è dietro l’angolo e io ancora mi sento lo stronzo che ero a 16 anni. Quello che perde le staffe, che si innamora di un gesto, un luogo, un principio. E poi cambia idea, prospettiva, umore. Sempre. Non posso che augurare a tutti di stare sempre con un piede fuori dalla propria comfort zone perché è là che vengono fuori le cose migliori. Io ci sono quasi sempre. Grazie a Dio non ho ancora trovato un mio posto “comodo”, e allora continuo a saltare da un luogo all’altro per essere certo che ci sia sempre un altrove. Auguri a tutti, anche a quelli che non vedo, non sento, non parlo. La vita è spietata: non c’è un secondo tempo. E non c’è neanche un intervallo per andare a fumare una sigaretta. Che non va più di moda nemmeno quello, per carità. Godiamoci questo tempo. E, come sempre, sfondiamoci di bollicine, che la vita è troppo breve per perdere tempo col vino fermo. Arigatò!

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Fabrizio Raimondi

Mancano solo 5 ore!

Sono sul volo Alitalia Tokyo-Malpensa, ho consumato 7:05 ore di volo e me ne mancano 5. Trascorrere quattro giorni a Tokyo è stato pazzesco. Nonostante io abbia bazzicato la città più volte, è sempre un luogo che sorprende, stupisce e inquieta. Bello andarci con chi non ci è mai stato perché si rivivono gli imbarazzi, le perplessità e le paturnie della prima volta.
Gli incroci che sembrano formicai, il suono prolungato dell’arigatò, il cinguettio sintetico in metropolitana, lo sguardo vuoto dei businessman che hanno imparato a dormire in piedi, il lusso sfrenato di Omotesando, il “basic” etnico dei ristorantini di ramen che punteggiano la metropoli, le gonnelline imbarazzanti delle studentesse con le gambe a X. Lavorare con i giapponesi è come andare su Marte, con la consapevolezza di fare un bel volo e di capire meno della metà di quello che succede. E tornare a casa con la convinzione che le pubbliche relazioni siano la chiave per capire il mondo. Just to clarify, durante il press lunch, ho mangiato in un tavolo a parte (NON con la stampa) per non offendere nessuno. Assegnare un posto a fianco di una testata anziché di un’altra è una scelta che un giapponese non può fare. Così come ha sorpreso tutti che la chef fosse una giovane donna italiana. Tutti i giornalisti le hanno chiesto se ha già un ristorante a Tokyo, e sottolineato che qui una donna farebbe molto successo. Per il resto che dire? Ho mangiato – come sempre – da Dio (con alcune scoperte interessanti che spero di avere presto occasione di raccontare altrove), ho comprato una marea di stronzate per mia figlia, ho goduto dei rooftop più belli della città, ho apprezzato la cortesia dei giapponesi e sorriso della loro incapacità di vivere senza regole. Avrei tanto altro da dire, ma i miei occhi cominciano a chiudersi, l’Europa è ancora lontana e mi sa che un pisolino me lo faccio… Have a nice day, arigatò!

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Fabrizio Raimondi

Verso Addis Ababa

La cosa più triste è che da domani non mi interesserà più a che ora tramonta il sole. Non saluterò più tutte le persone che incontro. Le parole in swahili non mi ronzeranno più in testa come una dolce cantilena. Il mio piede sarà ingabbiato nelle scarpe, il mio tempo sarà scandito da mail, giornali e telegiornali. E allora chiudo gli occhi e spengo il cellulare che per fortuna domani la mia mente sarà già altrove.
Ecco qualche foto di Zanzibar, scusate per la nostalgia, anche noi cinici abbiamo un cuore, ma quando torniamo a casa lo mettiamo da parte, per carità.

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Fabrizio Raimondi

Vi ho lasciato col fiato sospeso. Amburgo mi è piaciuta assai. A mia discolpa devo dire che ho sempre un gran culo. E ho trovato 25 gradi, e il cielo azzurro, e i turisti ad animare la città. Che è un groviglio di strade e corsi d’acqua e passerelle sui fiumi o laghi o pezzi di mare, chissà. Non ho capito un granché, ma ho avuto la sensazione di essere in un ricco paese del Nord, pieno di cosa da fare e da vedere. I vecchi magazzini, il porto, i canali e un tramonto struggente che quasi mi metto a ululare. E il quartiere Hafencity che è un mix sconvolgente di industria e modernità. Con uno sfondo agghiacciante, ma tante cose intorno che fanno allegria. Caffé, ristoranti, rooftop, un’architettura disegnata sulla navigazione. Mi ha ricordato un po’ Aker Brygge a Oslo, un po’ Canary Wharf a Londra, ma le dimensioni del porto sono tali che non si può che rimanere a bocca aperta. Mi è piaciuta anche la Filarmonica dell’Elba (Elbphilharmonie). Un ingresso da outlet, per carità, ma tra un cantiere e un canale ci sta. E la vista dall’alto merita il biglietto. L’altra cosa che mi ha stupito è la gentilezza delle persone. Di solito in Germania mi rispondono con un rutto, invece qui la gentilezza (persino della stampa!) mi ha imbarazzato. Ho incontrato i giornalisti in redazione (qui funziona così) e addirittura quelli di Eatsmarter mi hanno fatto un regalo. Attenti, interessati, hanno subito il mio racconto in inglese (I am sorry I don’t speak German) senza fare una piega.
E (sorpresa ancora più grande!) qui ci sono ancora editori che hanno palazzi con 200 scrivanie. Il gruppo Bauer Media è un colosso da 60 testate, tutte sul Food. Vorrà dire che verremo tutti a vivere in Germania, si salvi chi può! Sono distrutto quindi la breve storia felice termina qui. Se avete un paio di giorni fate un salto da queste parti, è sempre bello cambiare idea. Have a good night!

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La tristezza

Sono sempre triste quando vado in Germania. Sarà perché non parlo la lingua, o perché i tedeschi mangiano e vanno a letto presto, o forse perché non sono un fan del würstel, chissà. Mi sono divertito a Berlino, è vero. Ma Berlino è la Germania come New York è l’America. Sto andando a Amburgo ad incontrare due testate Food. Viaggio da solo. Non c’è un volo diretto che mi permetta di tornare domani: la ridente Amburgo sarà pertanto la mia base per ben due notti. Sarà una sorpresa, perché non conosco un bel niente. Le mie frequentazioni della Germania si limitano a Francoforte, Monaco e a Colonia, quando c’è la Fiera. Comunque nessuno ti invidia quando vai in Germania, nessun “beato te che sei sempre in giro”. Fine della breve e triste storia.
Quando la tristezza non è accompagnata dalla malinconia non viene fuori niente di buono. Mi sforzerò di uscire da questa ignavia portando a casa qualcosa di nuovo. E ve lo racconterò. È una minaccia. Have a nice day!

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Fabrizio Raimondi

Carpe shellfish

Felice per il cielo del nord. Entusiasta per il
mondo che cambia ogni volta che scendo dall’aereo. Per i frutti di mare. Per i bambini biondi che sorridono sul molo a Oslo. Per il tempo che cambia. Per le barche che disegnano il mare. Per il fresco che ci vuole il maglione. Triste per chi non capisce che la vita è troppo corta per sprecarla lamentandosi o bevendo cattivo vino. Regards from Oslo.

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Fabrizio Raimondi

Gate 8 del Terminal 8 del JFK. Sono passate tre settimane. Abbiamo preso non so quanti aerei, non so quanti bus, non so quanti traghetti, metro, tram e compagnia bella. Abbiamo patito il caldo nel Far West, sentito freddo a San Francisco e poi ancora caldo a Las Vegas. È stata un’orgia di tutto. Di cibo, stimoli, divertimenti, parchi, negozi, colazioni e fusi orari. Il viaggio finisce qui a New York, e non poteva essere altrimenti. Qui è la somma di tutto. È l’America all’ennesima potenza. Diversa dal resto, e così fiera di esserlo. Accecante e puzzolente, aggressiva e ruffiana, sublime e fetente. È la terza volta che ci incontriamo negli ultimi due mesi, ma ancora non riesco a resisterle. A non guardarla con gli occhi dell’amore. Ve beh, lasciamo perdere che altrimenti divento patetico. È tempo di bilanci. In queste tre settimane mi sono tolto molti sfizi. Ho sfrecciato con un SUV nel deserto a 200 km all’ora, ho scalato le montagne a Zion Park, ho passeggiato intorno ai camini delle Fate a Bryce Canyon, ho mangiato costine di maiale e pannocchie in semplici ristoranti del West e i piatti più fusion del globo nei sofisticati locali di Manhattan, ho pattinato a Venice Beach e ammirato l’imponente Golden Gate a San Francisco. Ecco la mia personalissima top 10, nel caso vi capitasse di spendere (almeno) tre settimane da queste parti.

1. Sempre New York. La vista dell’Empire dall’Arlo Hotel a Nomad. Il lobster roll al Peal Oyster Bar, Shack Shack al Madison Square Park, con i tavolini che si affacciano sul Flatiron e sull’Empire. Il traghetto per Brooklyn, il BBQ al Fetta Sua di Williamsburgh, le colline di Central Park. Passeggiare e vedere sbucare il Chrysler Building quando non te lo aspetti.
2. Bryce Canyon. I camini delle fate. Lo spazio, le vertigini, il rosso delle montagne e l’azzurro del cielo. La natura che sa disegnare forme perfette senza un perché.
3. Horseshoe bend. La forza della natura. Il Canyon e il Colorado River. Le vertigini, il fuso che cambia quando torni a Page.
4. San Francisco. Il quartiere Mission, la cultura latina che la fa da padrona. Le salite e le discese. I giardini con vista su Downtown. Giocare a scegliere in quale casa abitare. I leoni marini al Pier 39.
5. Venice Beach. Provare a fare il bagno con le onde che ti lasciano KO. I rollerblade sul lungomare. Essere leggeri, strizzare l’occhio alla commedia della vita che non si ferma mai. Il sole che va a dormire sull’Oceano.
6. Las Vegas. L’hamburger di Gordon Ramsey. Le montagne russe del New York New York, gli sguardi dei giocatori che non vanno a dormire, le fontane del Bellagio, le feste dei ragazzi che si lasciano andare.
7. La Monument Valley. Essere in un western davvero. L’auto che diventa parte di te.
8. I paesini in mezzo al nulla. Monticello, Salina, e altri che non ricordo. Quelli nello Utah, tra Subway, distributore di benzina e la prossima città. Che vivono di Motel, di gente in transito con gli occhi stanchi per il lungo viaggio, sempre.
9. Zion Park, i sentieri che vanno in alto. Lo sforzo e il premio della vista. La consapevolezza che “mai più”.
10. La Rodeo Drive, Beverly Hills, Hollywood. Gli eccessi di una California che sembra un outlet. La ricchezza urlata che ci rende così fieri di essere europei.

E più di ogni cosa, non rispondere al telefono per tre settimane. Usare la connessione solo per postare le foto delle vacanze. Non guardare la Tv. Non sapere cosa succede in Italia. Sentirsi libero di cambiare percorso, hotel, ristorante, idea.

Boarding, have a nice day!

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Fabrizio Raimondi

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