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Volo Foz de Iguaçu – Rio de Janeiro delle 10.05. Si registra grave intolleranza agli italiani che sono sorprendentemente numerosi. Abbiamo perso ogni freno inibitorio e diciamo cose orribili, sarà difficilissimo tornare in società. Siamo un microcosmo autarchico: i nostri unici contatti sono con gli autisti (Juarez mi chiama Fabrisssio, un suono che non dimenticherò) o con le guide che ci accompagnano dove non si può arrivare da soli, o con persone che incontriamo e si mettono a parlare con noi per non più di quindici minuti. E vivono a Bogotà, o a San Paolo, o in altri luoghi dove vorremmo assolutamente andare. Siamo una tribù che vive di rapporti esotici e occasionali. E diamo corda quando ne abbiamo voglia, oppure sorridiamo e andiamo oltre. Da diversi giorni non incontriamo gli italiani. E rivederli in aeroporto mi ha procurato un mail di testa che ho dovuto bloccare con l’OKI. C’è un gruppo del genere “Avventure nel mondo” che gode nel raccontare a voce alta che ha mangiato spendendo 1 euro o che non ha chiuso occhio perché nella stanza c’erano insetti, lenzuola sporche ed altre amenità. Preferisco chi va tutta l’estate a Milano Marittima al lombardo con pantaloni variopinti che mostra a tutti i suoi bolli del passaporto. Meglio fare a gara a chi ce l’ha più lungo, lo trovo più signorile.
Veniamo al racconto. Ieri è stata una giornata faticosa, di quelle da venti chilometri a piedi. Raggiungere l’Argentina non è così semplice. Juarez ci ha accompagnato al cambio perché sul versante argentino l’ingresso al parco di Iguaçu si può pagare solo in pesos. No credit card, no ATM per prelevare, no moneta brasiliana. Solo pesos argentino. Alla faccia della globalizzazione. E per entrare: visto di uscita, visto di ingresso, ri-visto di uscita e ri-visto di ingresso in Brasile. Quattro stop all’immigrazione per vedere le cascate dall’altra parte. Credevo che fosse superfluo, che fosse solo una strategia lombarda per avere un paio di bolli in più sul passaporto, invece ne vale veramente la pena. Se dal versante brasiliano si apprezza maggiormente il sentiero per arrivare alla Gargante del diablo, in Argentina c’è più gente, più passerelle che rendono il sentiero meno “naturale”, ma si arriva proprio sopra al grande lancio. Ed è davvero impressionante. La forza della natura. L’apeiron. L’arché. Ti vengono in mente tutte le parole in greco che conosci. La physis, qualcosa che ti fa sentire piccolo e grande e FELICE. Di essere al mondo. Di avere una famiglia. Di avere la possibilità di viaggiare. Sentire. Parlare. Muoversi. Respirare. Devi solo escludere tutte le cose che si muovono intorno. La gente che ti fa spostare per fare la foto per instagram. L’idiota che dà da mangiare ai coatis nonostante ci sia scritto in tutte le lingue del mondo che non si fa. Ma se riesci a entrare in contatto con te stesso anche solo per qualche secondo è davvero bello e inquietante allo stesso tempo. E ti vengono mille domande. Perché proprio qui. Da dove minchia arriva tutta questa acqua. Panta Rei. Anche noi. Mio Dio ho già 43 anni e sto scorrendo, e a fianco ho un rio più piccolo che ho fatto proprio io. Avete capito cosa voglio dire. Ci si sente tra la sorgente e la foce, a metà. Tra un paio d’ore scenderemo da questo volo e avremo il grande privilegio di rituffarci nel caos di Rio de Janeiro. Dobbiamo raggiungere la stazione degli autobus perché è l’unico modo per arrivare a Parati. Ho la ragionevole certezza di non incontrare nessun passeggero di questo volo a Parati. Servono 4 ore e mezzo di bus. In ogni viaggio cerco di infilare una tappa fuori dalle rotte più battute. E questa volta è Parati. Sappiamo solo che è piccola (38 mila abitanti), bella e coloniale. Quando dici Parati (si legge Paratì) gli occhi dei brasiliani si illuminano. Vi racconterò… Have a nice weekend!

Il Rio Iguaçu, le mie donne, i miei calzini orribili. A destra il Brasile, a sinistra l’Argentina, “drittamente” il Paraguay.

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Fabrizio Raimondi

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Amo questo paesino che è orribile. In realtà ben 260 mila anime abitano Foz de Iguaçu, ma è un luogo talmente assurdo che sembra di essere in una frazione fuori dal pianeta Terra. Un sistema solare diverso da Salvador. Abbiamo lasciato l’Africa per il Canada, ecco. Qui tutto ruota intorno alle cascate che sono 275. E sono assordanti, imprevedibili, incredibilmente perfette. Ci troviamo al confine con l’Argentina e si capisce dal fatto che nel parco tutti parlano spagnolo. Se non altro non è portoghese e riusciamo a capire qualcosa. Abbiamo fatto il tour da idioti col gommone sotto alla cascata. Di quelli che più urli, più ti bagni e più foto vendono. Ma bello e pittoresco. Emma si è divertita un mondo. Non avendo un cambio, siamo saliti sul gommone scalzi e col kway, senza maglietta. E siamo scesi completamente fradici. E poi abbiamo fatto tutto il sentiero. E le cascate sono ovunque. Ho letto da qualche parte che dopo essere stati a Iguaçu le cascate del Niagara – che abbiamo visto qualche anno fa – sembrano una piscina comunale. Ed è vero. Soprattutto la parte finale, col ponticello sospeso tra le inarrestabili acque che scorrono tra Brasile e Argentina. Un mix di foresta, coati (li conoscete?), farfalle variopinte, arcobaleni che non mi è venuta voglia di un grattacielo neanche per un minuto. E oggi abbiamo battuto il record della temperatura invernale del Brasile. Nel pomeriggio il termometro segnava 37 gradi! Febbri anomale anche qui: è il primo giorno che sentiamo così caldo. Di solito la temperatura oscilla tra i 20 e i 30 gradi. Ora vado a leggere il libro e poi a dormire sereno che qui non c’è proprio nulla da fare. La via principale offre menu a basso prezzo e mercatini con pappagalli che se li schiacci vibrano. O cantano. O li puoi usare come portachiavi. Rassicurante. Have a good night!

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Fabrizio Raimondi

W Barra!

Mi sa che l’ultimo post sul Candomblé non vi è arrivato. Se è così (e non avete proprio di meglio da fare) andatevelo a leggere su http://www.giridiparole.it perché è stata la giornata più spassosa della vacanza. Oggi è l’ultimo giorno a Salvador. Ce la siamo presi comoda e abbiamo passeggiato nel quartiere di Barra (sempre nel perimetro “sicuro” delimitato dalla polizia). Un chilometro di spiagge, bar tranquilli, gente che fa sport e che si diverte a prendere le onde col surf. Questa Salvador è davvero mille città in una. Dal mercato africano all’idiliaco Pelourinho, dalle favelas alle spiagge di Barra con il via vai della gente che sembra di essere a Venice Beach. E il cibo. Sono partito con qualche pregiudizio, dopo la prima cena tipica con la fagiolata che ci ha tolto la voglia di vivere. Ma poi è stato un crescendo. Al primo posto, la moqueca. Uno stufato di pesce e crostacei cotto in un tegame in argilla con latte di cocco e peperoncino piccante. Al secondo la picanha: la fesa di manzo abbrustolita sul fuoco a legna. E, a pari merito, le lambretta. Enormi vongole che vengono servite con un bicchierino di zuppetta di pesce in bianco. Deliziose! Da dimenticare, le acarajé: frittelle di fagioli scuri e gamberetti secchi (bleah!) fritte in un sanissimo odio di palma. Il cibo degli schiavi, e si capisce anche il perché.
Va beh, sonnellino e poi si riparte con l’ultima notte a ritmo di samba e tamburi. Da casa provano a farmi lavorare con mail e scadenze, ma questa volta proprio non ci riescono. Butto un occhio, scrivo “sì” e “no”, ma la testa è solo qui. Dovrebbe essere sempre l’ultimo giorno di un soggiorno. Oggi ce la siamo proprio goduta. Senza meta, senza cartina, senza programma. Solo noi e Bahia. Domani altri due voli, ci si sposta verso l’Argentina. Arigatò!

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Fabrizio Raimondi

I LOVE ORIXÀS

Ci siamo ripresi dal tunnel turistico. Alla grande. Cominciamo dal fondo. Siamo appena tornati da una favelas a venti minuti dal nostro hotel. Abbiamo assistito, o meglio, partecipato, ad una cerimonia Condomblé. Che solo a dirlo mi viene da ridere. Ci ha accompagnato una guida, ovviamente. Immaginate una stanza grande quanto una sala. Decorata con crocifisso, Madonne varie, santi e orixas che sono le divinità del candomblé, un po’ come nella mitologia greca. Si dice sincretismo e si legge pura follia. All’interno del terreiros (ce ne sono 1200 in zona), un sacerdote e tanti discepoli che ballano in senso antiorario al ritmo di tamburi. E una cinquantina di fedeli che si sono registrati nel libro delle presenze.
A un certo punto, il ritmo dei tamburi cresce, volano popcorn (!!!), comincia il canto, a tratti si prega (l’ave Maria in portoghese fa un certo effetto) e alcune persone vanno in trance. Urlano, si muovono a scatti, posseduti dal Dio di turno. La cosa più imbarazzante è stata la scena dei pop corn. Dopo il lancio del sacerdote un discepolo mi ha riempito le mani di pop corn e si aspettava che li mangiassi. È una sorta di ostia, credo. Li ho nascosti come il peggior Verdone. Imbarazzo totale. Non metto in bocca pop corn di dubbia provenienza che passano dalle mani di discepoli posseduti da divinità delle quali non conosco il nome.
E, alla fine della cerimonia, i ballerini/discepoli sono usciti dalla stanza per rientrare con un sigaro enorme acceso in bocca. Una sorta di incenso che serve a purificare: il fumo viene sbuffato in faccia al fedele che viene toccato in punti strategici, credo per allontanare il male. C’est tout. Un’oretta di surreale spinto, scalzo in una favelas. Ma facciamo un passo indietro. La mattina è iniziata con Marcos, la guida che ci ha portato fuori dalla zona sicura che è diventata un po’ troppo stretta per i nostri gusti. Siamo andati al mercato africano. E il primo incontro è stato con un ragazzo al semaforo che, al posto dello zainetto, portava una capra con le zampe legate e una gallina da offrire in sacrificio all’orixas. Ed è stato un crescendo. Con Marcos che, dopo averci fatto il giro di un Bahia che mai avremmo potuto conoscere senza il suo supporto, ci ha introdotto all’arte del Churrasco. Ora sappiamo come muoverci per non farci fregare. Qualsiasi cosa vi portino, voi chiedete della picanha. È più buona del filetto. E, per digerire, fate una passeggiata nel ristorante prima di uscire. Abbiamo girato intorno nel locale per avviare la digestione. Giuro. Scusate se non rileggo, sono stanco. Avrei mille cose da raccontare perché oggi è stata una giornata davvero fantastica. Ma sono stanco morto. E sono su un balcone che autorizza tutti i passanti a interrompermi e a scambiare due chiacchiere. E sì che si vede che non sono in modalità PR. O ormai lo sono sempre, chissà. Bonne nuit!

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Fabrizio Raimondi

Col guinzaglio

Siamo stati a parlare fino a mezzanotte con una coppia di milanesi che hanno girato il mondo. Hanno avuto la nostra stessa sensazione. Qui a Salvador c’è una collina glassata (Il Pelourinho, patrimonio Unesco) che non è altro che un monumento per turisti. Bello, con chiese barocche fantastiche, palazzi colorati, piazzette vivaci con gente che balla e frigge. E intorno un nulla fatiscente che si sviluppa ai margini del perimetro “sicuro” reso tale dalla polizia che piantona ogni singolo vicoletto. E che chiude gli occhi sulle vie più grandi dove ci sono droga, violenza, alcolismo e corruzione. Insomma, quello che vedi è bello, ma non vedi la vita vera della gente di Bahia. Hai un guinzaglio, non puoi uscire dalla rotta perché è tutto “perigoso”. Un po’ ce lo aspettavamo, ma un conto è leggere e un altro vivere la situazione. Oggi cerchiamo di allontanarci dal perimetro con una sorta di guida dell’hotel (che prepara anche i drink e lava le auto) che ci porterà fuori dalla collina dei turisti. Fari, spiagge, chiese frequentate dalla gente di Bahia, piccoli artigiani e compagnia bella. E questa sera assisteremo a un rito sacro Candomblé: ci accompagnerà una guida locale in un terreiros a una mezz’oretta da Salvador. Avevamo paura che fosse una messa in scena per spillarci denaro, ma abbiamo conosciuto una coppia di italiani e ci hanno assicurato che sarà un’esperienza forte e autentica. I keep you posted!

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Fabrizio Raimondi

Due ore di volo e cambia il mondo. Solito trauma da passaggio. Dal patinato mondo di Ipanema a Salvador di Bahia che sembra l’Africa. Strade poco sicure, gente che non parla l’inglese, stanza stretta col condizionatore che non va. Reception che ci mette un’ora a rispondere. Nervosismo da taxi+volo+loschi figuri che non capiscono che non parlo il portoghese. Mappe senza strade. La scoperta che il nostro hotel è fuori dalla “zona sicura”. E che è meglio non uscire a piedi la sera. E il barista che mentre preparava la mia Caipirinha lavava la sua automobile.
Nessuna breaking news: siamo a Salvador de Bahia, mica a Portofino! Mi sorprende saper che sono un animale civilizzato che, nonostante i mille viaggi, continua a infastidirsi per l’acqua che scorre lenta, l’hotel che non è attrezzato, le cose che non si capiscono. Viaggiare è andare incontro ai propri limiti. Superarli. Vivere diverse vite insieme. Questa sera me la sono fatta addosso. Il tramonto è arrivato presto. Idilliaco. Salvador è un sogno. Le case colorate, le salite, i tamburi. Tutto è così forte che confonde. Ma a un certo punto è diventato tutto buio e pericoloso. E per fare cinquecento metri ho chiamato un taxi. This is Brasil, baby!

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Fabrizio Raimondi

A tutto bonde!

Ecchime. Questa mattina siamo stati a Santa Teresa, il più “suggestivo” quartiere di Rio. Lonely Planet dixit. Arroccata sopra Lapa, ha il fascino del tempo che passa, e offre una vista sulla città, ancora una volta da brivido. La cosa più bella è arrivarci. Con il bonde, l’ultimo dei vecchi tram che in passato attraversavano la città. Ciottoli, case colorate, murales, caffè bohémiens. Meno male che a un certo punto ha cominciato a piovere e che c’è qualche avviso di stare attenti perché è una zona nella quale aggrediscono i turisti: troppo zucchero fa venire le carie. Per affrontare la pioggia ci siamo fatti una passeggiata tra i grattacieli e i negozi più fichi di Rio e due Caipirinha che mi hanno steso. Con un pranzo a base di fonduta di formaggio e gamberi e pasteis (tortelli fritti) al Restaurante Antigamente nella zona di Travessa de Comércio, una delle vie più antiche del centro.
E poi, finalmente…una pennica di un’ora e mezzo! La prima della vacanza. E cade a fagiuolo dato che stasera si va a ballar la Salsa a Lapa!

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Fabrizio Raimondi

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