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Volo per Casablanca

Volo Rio de Janeiro – Casablanca delle 19.20. Se tarda ancora a partire mi sa che ci fermiamo a dormire in Africa perché abbiamo solo un’ora tra un volo e l’altro. Abbiamo chiuso la vacanza col sole a Leblon, il quartiere più VIP di Rio, sulla spiaggia. Per intenderci, Copacabana è la meta più “caciarona”, Ipanema è quella sofisticata, Leblon è il quartiere cool dove tutti vorrebbero essere e vivere. Ci sono la grande spiaggia bianca, i ristorantini curati, le grandi firme brasiliane, i bar più fichi della città meravigliosa. Stile informale, vecchiette che corrono, cani bellissimi, atmosfera internazionale. Ho ancora i jeans umidi perché abbiamo voluto salutare l’Oceano. Pensavo di bagnarmi solo i piedi, ma le onde dell’Atlantico riservano sempre grandi sorprese.
Stuzzichino super trendy (piadine di tapioca, adooooooro), Caipirinha on the beach, mega hamburger Brooklyn style con tanto di ragazzotto americano che ci ha insistentemente chiamato guys. Fine della vacanza. Una quindicina di ore ci separano da casa, e poche ore in più dall’ufficio, dato che atterremo a Milano alle ore 16,30 e il giorno successivo saremo già con la testa china sul pc. Ed ora, come da copione, la TOP TEN di questa infinita vacanza che è durata tre settimane che sembrano un anno. Poi tornerò a tacere, fino al prossimo viaggio.

1. Le cascate di Iguaçu: la natura che sorprende, davvero. La forza, il sublime, la sensazione di farne parte davvero.
2. Rio: la vita sull’Oceano, la vita patinata di Ipanema e Leblon, la vita vera a Lapa e a Santa Teresa.
3. Salvador: l’Africa in America. I tamburi, il Candomblé, il sincretismo, il presepe dei palazzi coloniali.
4. Paraty: il fascino delle piccole cose. Il paesino idilliaco, le stradine acciottolate, sentirsi lontano. 5. La samba: Emma che balla a Lapa in un locale frequentato dai carioca.
6. Il cibo ricco e pesante e frittissimo: pasteis, empanada, la mitica moqueca che ci ha fatto compagnia per tre settimane. E la carne più buona del mondo: la picanha! 8. La Caipirinha, dalle 11 a.m. in poi.
9. Il museo dell’Almanha, l’astronava di Calatrava che ha trasformato il porto di Rio. Bello, divertente, cultura e divertimento possono coincidere.
10. I panorami mozzafiato, pari merito: il Pan di zucchero, il Cristo Redentore, la Gargante del Diablo vista dall’Argentina.

Passo e chiudo. Spero di non avervi annoiato, e credo che presto tornerò a scrivere perché sto per iniziare una nuova avventura (che ha a che fare con il lavoro). Nel caso aveste voglia di dirmi qualcosa direi che è il momento giusto perché ho il canale dell’empatia aperto, almeno fino a domani…

Have a good night!

Cool Food in Rio. Tapioca is the new pöa!

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Fabrizio Raimondi

LOVE RIO

Felice come un bambino. Ho mollato l’isola dei francesi e, alle ore 13, sono sbarcato a Rio. Abbiamo lasciato le valige in hotel e ci siamo fiondati al ristorante Antigamente, decisamente il mio preferito a Rio. Si trova a Travesso de Commercio, una piccola via acciottolata che ricorda un po’ El Raval, un po’ il Testaccio. Tavoli in mezzo alla strada, gente che suona e che canta e che fa un gran rumore. Una delle mete preferite dei carioca, a quanto pare. Abbiamo bissato il menù di due settimane fa: pasteis ai gamberi e una sorta di fonduta al formaggio (nella foto) con un po’ di pomodoro e tantissimi gamberi. Cibo generoso, in tutti i sensi. Un po’ come mangiare da una nonna portoghese, per intenderci. Anche qui piove, ma chissenefrega. Rio è di una bellezza che a tratti oscura New York. È joie de vivre, è povertà. È futuro, è triste passato. È foresta, è smog. È spiagge bianche, è favelas. È samba, è ladroni. Una Bangkok dell’Occidente che può disgustare o incantare. Oggi abbiamo vissuto la città “a caso” passando dai negozi per turisti, al Museo de Arte do Rio, dalla pasticceria Colombo a piazza Mauà che è un inno al futuro, alla speranza di una città che non può che essere definita Maravilhosa. Oggi ci siamo persi e abbiamo chiesto informazioni per arrivare al Morro de Conceiçāo. Tre signori gentilissimi hanno guardato l’ora e ci hanno detto di non andare. Siamo a Rio bellezza, dopo il tramonto si spara, anche… Abbiamo preso un taxi ed ora siamo a Lapa: stasera samba!

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Fabrizio Raimondi

Ho colto la palla al balzo. A colazione, il francese (torna in scena la coppia Laurent / Sebastien) si è avvicinato per dirci che pioverà oggi e domani ancor di più. Nel frattempo, il compagno e il fedele assistente ci hanno seguito con lo sguardo per assicurarsi che nulla andasse storto al buffet. Braccia conserte, ci hanno osservato mentre pescavamo l’uovo dal pentolone (si assicurano che tu rimetta il coperchio) e versato il succo di ananas (si assicurano che tu copra la caraffa con l’appropriato variopinto centrino). L’assistente mi ha anche insegnato a versarmi il caffè, più che una colazione un educational! E
Laurent o Sebastien (non sappiamo distinguerli) ha colto l’occasione per chiedermi una cortesia. Siccome ha in arrivo una famiglia con tanto di quindicenne alto al seguito, avrebbe bisogno del letto grande di Emma. Mi ha chiesto se mi dispiace fare dormire Emma nel lettino piccolo, quello che viene fuori dal mio. Praticamente per terra. Ho colto l’occasione per dirgli che avrei potuto fare di meglio. Cioè andarmene. E subito. Per lasciare il posto alla famigliuola in arrivo. E così sarà. Domani, senza penali. Rio de Janeiro arriviamo! Abbiamo trovato un hotel di design a Lapa, nel quartiere della samba. Siccome due settimane fa abbiamo dormito a Ipanema e abbiamo visto il centro “da turisti” ne approfittiamo per viverlo più a fondo. Senza macchina fotografica, senza ansia da prestazione, solo per il gusto di avere ancora due giorni da spendere a Rio. Thank God we are foolish.

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Fabrizio Raimondi

Emma e la manicure.

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Fabrizio Raimondi

Chez Laurent / Sebastien

Non è che io ce l’abbia con la natura, per l’amore di Dio . È che un cinema, un ristorante, un museo sono più affidabili, tutto qui. Siamo su questa isola tropicale – Ilha Grande – paradiso incontaminato dell’America del Sud. Idilliaca, ecosostenibile. Senza auto, senza inquinamento, senza “intrusioni” alcune. Roba da National Geographic. Si scalda l’acqua con l’energia del sole, si cambiano poco gli asciugamani, si percorrono infiniti sentieri per arrivare da una spiaggia all’altra. Tutto ha il Suo ritmo. E si cammina accerchiati dalla natura lussureggiante, accompagnati da gabbiani e fenicotteri e scoiattoli e compagnia bella. C’è una spiaggia (che si raggiunge con tre ore di cammino) che è lunga quattro chilometri. Bianchissima, purissima, con le onde talmente belle che ti viene voglia di fare surf. E cosa manca? Il sole. E cosa si fa su un’isola da sogno se piove? Se si è bravi si apprezzano il silenzio, la foresta, il ciclo della vita e altre cose new age. Se si è un po’ Woody Allen dentro, si fa di tutto per scappare sulla terra ferma. Fino a ieri il cielo è stato grigio, ma ciò non ci ha impedito di muoverci. Abbiamo perso l’effetto “cartolina” (il mare trasparente lo abbiamo immaginato), ma apprezzato la forza della foresta e consumato a piedi la spiaggia borotalco di Lopes Mendes (andatela a cercare su Google, è considerata tra le spiagge più belle del mondo). Abbiamo finto di essere in un posto meraviglioso nel momento sbagliato (e invece, è questa la stagione nella quale piove meno). Questa mattina – sono le 6,30, – sento le gocce cadere sulle banane che si vedono dalla nostra finestra. E Laurent / Sebastien (questi due si firmano così davvero) che preparano la loro amorevole colazione. Se c’è qualcosa più fastidioso di un francese che si bea per l’eleganza e per la grandeur della sua Parigi, è il francese che scappa dalla metropoli per aprire un suo nido in un paradiso tropicale. E chi mi conosce bene sa quanto io apprezzi le smancerie dei nostri cugini. È tutto un voilà, un genial che ti viene voglia di prendere un volo e andare nel Bronx, porco cazzo. Ora cerco di reagire, se non altro questi due francesini in luna di miele (da tutta la vita) sanno preparare ottime uova strapazzate e tagliare la frutta che neanche un giapponese frustrato riuscirebbe a fare di meglio. Mi ingozzerò in modo inopportuno e decisamente anti-ecosolidale, continuando a fingere di non capire il francese. Questi cugini sono come gli infestanti. Se ce n’è uno, ne arrivano 100 ed è un attimo trovarsi a raccontare quanto è bella Romà…

P.S.: scrivo a voi quello che ho già detto a chi ha l’onore di sopportarmi. So che sono in vacanza da tre fantastiche settimane e che nel mondo può piovere. Apprezzo l’universo che mi ha dato la vita. E non mi faccio rovinare la vacanza da questi ultimi giorni piovosi. Ma non sono Ghandi. E dirlo e scriverlo è una liberazione. E se non vi piace…cambiate canale, arigatò!

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Fabrizio Raimondi

Il paradiso può attendere. L’unica entusiasta è Emma. Basta che ci sia una spiaggia e non ci siano autostrade o aerei da prendere ed è tutto ok. Ha un’energia positiva che contagerebbe anche un emo all’ultimo stadio. L’arrivo a Ilha Grande ha lasciato molto a desiderare. Forse per le aspettative che sono molto alte. Quando leggi che sei alle prese con una riserva naturale e con una delle 10 spiagge più belle del mondo ti immagini polvere bianca, stelle marine, fondali rubino. E invece qui c’è il cielo grigio, come la sabbia, e un venticello gelido che sembra di essere sulle Dolomiti. La pousada è splendida, la vegetazione è incredibile (intorno a noi, una foresta pluviale più antica di quella amazzonica, banane, piante dalle forme inaudite, fiori giganteschi dai colori sgargianti), ma il mare davanti alla nostra pousada è il vero cesso. Sarà che siamo sulla spiaggia del porto, sarà che c’è brutto tempo, sarà quello che volete, ma ci ho messo una vita ad arrivare qui, ho speso un centone di euro in creme solari, e mi sembra di essere sul Baganza River (ameno rio della provincia di Parma) nel mese di novembre. E la cosa più assurda è che non sono per niente incazzato. Ho fatto il mio giretto nella foresta, la mia partitina a carte sulla spiaggia e sono sdraiato sul letto a leggere le previsioni del tempo che dicono che ci sarà brutto fino al giorno della nostra partenza. Chi vivrà vedrà. Pensate che qui non esistono né strade, né auto: l’unico modo per raggiungere le spiagge è percorrere i sentieri nella foresta. No sole, no party!
Domani è un altro giorno: avrò tempo per incazzarmi o scappare a Rio de Janeiro che potrei anche fermarci a viverci, chissà. Vi saluto dal paradiso mancato. Andatelo a cercare: Ilha Grande. E immaginatevi tutta un’altra cosa. E pensate che non sono incazzato. Davvero! Dovrei vivere sempre in vacanza, lo so. Bacioni e buon Ferragosto!

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Fabrizio Raimondi

Si gira sempre intorno a Paraty. E si finisce da una chiesa o dall’altra, che in tutto saranno (forse) tre. Abbiamo parlato con un ragazzo del C.a.n.o.a., un negozio (o meglio, un centro culturale) che vende arte indigena e ci ha detto che il Sindaco vuole trasformare la città in un outlet, cacciando le tribù locali e impedendo loro di vendere i cestini, i fischietti e compagnia bella. Fatto sta che la globalizzazione mi pare ancora un pericolo lontano qui a Paraty. È vero, c’è il negozio delle Havayanas, qualcuno potrebbe scandalizzarsi. Ma qui il tempo si è fermato al sedicesimo secolo. Il centro è pedonale. Con le vie acciottolate, gli edifici bianchi magnificamente conservati, i fregi e le finestre colorate, le barchette dai colori accesi che sembrano una cartolina. Talmente bello da risultare stucchevole.
Non ho altro da scrivere, non sono mica la Lonely Planet. Posto qualche foto che vale più di mille parole. Ho in circolo una Caipirinha fortissima che ha sospeso ogni mio giudizio. Arigatò!

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Fabrizio Raimondi

Volo Foz de Iguaçu – Rio de Janeiro delle 10.05. Si registra grave intolleranza agli italiani che sono sorprendentemente numerosi. Abbiamo perso ogni freno inibitorio e diciamo cose orribili, sarà difficilissimo tornare in società. Siamo un microcosmo autarchico: i nostri unici contatti sono con gli autisti (Juarez mi chiama Fabrisssio, un suono che non dimenticherò) o con le guide che ci accompagnano dove non si può arrivare da soli, o con persone che incontriamo e si mettono a parlare con noi per non più di quindici minuti. E vivono a Bogotà, o a San Paolo, o in altri luoghi dove vorremmo assolutamente andare. Siamo una tribù che vive di rapporti esotici e occasionali. E diamo corda quando ne abbiamo voglia, oppure sorridiamo e andiamo oltre. Da diversi giorni non incontriamo gli italiani. E rivederli in aeroporto mi ha procurato un mail di testa che ho dovuto bloccare con l’OKI. C’è un gruppo del genere “Avventure nel mondo” che gode nel raccontare a voce alta che ha mangiato spendendo 1 euro o che non ha chiuso occhio perché nella stanza c’erano insetti, lenzuola sporche ed altre amenità. Preferisco chi va tutta l’estate a Milano Marittima al lombardo con pantaloni variopinti che mostra a tutti i suoi bolli del passaporto. Meglio fare a gara a chi ce l’ha più lungo, lo trovo più signorile.
Veniamo al racconto. Ieri è stata una giornata faticosa, di quelle da venti chilometri a piedi. Raggiungere l’Argentina non è così semplice. Juarez ci ha accompagnato al cambio perché sul versante argentino l’ingresso al parco di Iguaçu si può pagare solo in pesos. No credit card, no ATM per prelevare, no moneta brasiliana. Solo pesos argentino. Alla faccia della globalizzazione. E per entrare: visto di uscita, visto di ingresso, ri-visto di uscita e ri-visto di ingresso in Brasile. Quattro stop all’immigrazione per vedere le cascate dall’altra parte. Credevo che fosse superfluo, che fosse solo una strategia lombarda per avere un paio di bolli in più sul passaporto, invece ne vale veramente la pena. Se dal versante brasiliano si apprezza maggiormente il sentiero per arrivare alla Gargante del diablo, in Argentina c’è più gente, più passerelle che rendono il sentiero meno “naturale”, ma si arriva proprio sopra al grande lancio. Ed è davvero impressionante. La forza della natura. L’apeiron. L’arché. Ti vengono in mente tutte le parole in greco che conosci. La physis, qualcosa che ti fa sentire piccolo e grande e FELICE. Di essere al mondo. Di avere una famiglia. Di avere la possibilità di viaggiare. Sentire. Parlare. Muoversi. Respirare. Devi solo escludere tutte le cose che si muovono intorno. La gente che ti fa spostare per fare la foto per instagram. L’idiota che dà da mangiare ai coatis nonostante ci sia scritto in tutte le lingue del mondo che non si fa. Ma se riesci a entrare in contatto con te stesso anche solo per qualche secondo è davvero bello e inquietante allo stesso tempo. E ti vengono mille domande. Perché proprio qui. Da dove minchia arriva tutta questa acqua. Panta Rei. Anche noi. Mio Dio ho già 43 anni e sto scorrendo, e a fianco ho un rio più piccolo che ho fatto proprio io. Avete capito cosa voglio dire. Ci si sente tra la sorgente e la foce, a metà. Tra un paio d’ore scenderemo da questo volo e avremo il grande privilegio di rituffarci nel caos di Rio de Janeiro. Dobbiamo raggiungere la stazione degli autobus perché è l’unico modo per arrivare a Parati. Ho la ragionevole certezza di non incontrare nessun passeggero di questo volo a Parati. Servono 4 ore e mezzo di bus. In ogni viaggio cerco di infilare una tappa fuori dalle rotte più battute. E questa volta è Parati. Sappiamo solo che è piccola (38 mila abitanti), bella e coloniale. Quando dici Parati (si legge Paratì) gli occhi dei brasiliani si illuminano. Vi racconterò… Have a nice weekend!

Il Rio Iguaçu, le mie donne, i miei calzini orribili. A destra il Brasile, a sinistra l’Argentina, “drittamente” il Paraguay.

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Fabrizio Raimondi

Amo questo paesino che è orribile. In realtà ben 260 mila anime abitano Foz de Iguaçu, ma è un luogo talmente assurdo che sembra di essere in una frazione fuori dal pianeta Terra. Un sistema solare diverso da Salvador. Abbiamo lasciato l’Africa per il Canada, ecco. Qui tutto ruota intorno alle cascate che sono 275. E sono assordanti, imprevedibili, incredibilmente perfette. Ci troviamo al confine con l’Argentina e si capisce dal fatto che nel parco tutti parlano spagnolo. Se non altro non è portoghese e riusciamo a capire qualcosa. Abbiamo fatto il tour da idioti col gommone sotto alla cascata. Di quelli che più urli, più ti bagni e più foto vendono. Ma bello e pittoresco. Emma si è divertita un mondo. Non avendo un cambio, siamo saliti sul gommone scalzi e col kway, senza maglietta. E siamo scesi completamente fradici. E poi abbiamo fatto tutto il sentiero. E le cascate sono ovunque. Ho letto da qualche parte che dopo essere stati a Iguaçu le cascate del Niagara – che abbiamo visto qualche anno fa – sembrano una piscina comunale. Ed è vero. Soprattutto la parte finale, col ponticello sospeso tra le inarrestabili acque che scorrono tra Brasile e Argentina. Un mix di foresta, coati (li conoscete?), farfalle variopinte, arcobaleni che non mi è venuta voglia di un grattacielo neanche per un minuto. E oggi abbiamo battuto il record della temperatura invernale del Brasile. Nel pomeriggio il termometro segnava 37 gradi! Febbri anomale anche qui: è il primo giorno che sentiamo così caldo. Di solito la temperatura oscilla tra i 20 e i 30 gradi. Ora vado a leggere il libro e poi a dormire sereno che qui non c’è proprio nulla da fare. La via principale offre menu a basso prezzo e mercatini con pappagalli che se li schiacci vibrano. O cantano. O li puoi usare come portachiavi. Rassicurante. Have a good night!

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Fabrizio Raimondi

W Barra!

Mi sa che l’ultimo post sul Candomblé non vi è arrivato. Se è così (e non avete proprio di meglio da fare) andatevelo a leggere su http://www.giridiparole.it perché è stata la giornata più spassosa della vacanza. Oggi è l’ultimo giorno a Salvador. Ce la siamo presi comoda e abbiamo passeggiato nel quartiere di Barra (sempre nel perimetro “sicuro” delimitato dalla polizia). Un chilometro di spiagge, bar tranquilli, gente che fa sport e che si diverte a prendere le onde col surf. Questa Salvador è davvero mille città in una. Dal mercato africano all’idiliaco Pelourinho, dalle favelas alle spiagge di Barra con il via vai della gente che sembra di essere a Venice Beach. E il cibo. Sono partito con qualche pregiudizio, dopo la prima cena tipica con la fagiolata che ci ha tolto la voglia di vivere. Ma poi è stato un crescendo. Al primo posto, la moqueca. Uno stufato di pesce e crostacei cotto in un tegame in argilla con latte di cocco e peperoncino piccante. Al secondo la picanha: la fesa di manzo abbrustolita sul fuoco a legna. E, a pari merito, le lambretta. Enormi vongole che vengono servite con un bicchierino di zuppetta di pesce in bianco. Deliziose! Da dimenticare, le acarajé: frittelle di fagioli scuri e gamberetti secchi (bleah!) fritte in un sanissimo odio di palma. Il cibo degli schiavi, e si capisce anche il perché.
Va beh, sonnellino e poi si riparte con l’ultima notte a ritmo di samba e tamburi. Da casa provano a farmi lavorare con mail e scadenze, ma questa volta proprio non ci riescono. Butto un occhio, scrivo “sì” e “no”, ma la testa è solo qui. Dovrebbe essere sempre l’ultimo giorno di un soggiorno. Oggi ce la siamo proprio goduta. Senza meta, senza cartina, senza programma. Solo noi e Bahia. Domani altri due voli, ci si sposta verso l’Argentina. Arigatò!

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Fabrizio Raimondi

I LOVE ORIXÀS

Ci siamo ripresi dal tunnel turistico. Alla grande. Cominciamo dal fondo. Siamo appena tornati da una favelas a venti minuti dal nostro hotel. Abbiamo assistito, o meglio, partecipato, ad una cerimonia Condomblé. Che solo a dirlo mi viene da ridere. Ci ha accompagnato una guida, ovviamente. Immaginate una stanza grande quanto una sala. Decorata con crocifisso, Madonne varie, santi e orixas che sono le divinità del candomblé, un po’ come nella mitologia greca. Si dice sincretismo e si legge pura follia. All’interno del terreiros (ce ne sono 1200 in zona), un sacerdote e tanti discepoli che ballano in senso antiorario al ritmo di tamburi. E una cinquantina di fedeli che si sono registrati nel libro delle presenze.
A un certo punto, il ritmo dei tamburi cresce, volano popcorn (!!!), comincia il canto, a tratti si prega (l’ave Maria in portoghese fa un certo effetto) e alcune persone vanno in trance. Urlano, si muovono a scatti, posseduti dal Dio di turno. La cosa più imbarazzante è stata la scena dei pop corn. Dopo il lancio del sacerdote un discepolo mi ha riempito le mani di pop corn e si aspettava che li mangiassi. È una sorta di ostia, credo. Li ho nascosti come il peggior Verdone. Imbarazzo totale. Non metto in bocca pop corn di dubbia provenienza che passano dalle mani di discepoli posseduti da divinità delle quali non conosco il nome.
E, alla fine della cerimonia, i ballerini/discepoli sono usciti dalla stanza per rientrare con un sigaro enorme acceso in bocca. Una sorta di incenso che serve a purificare: il fumo viene sbuffato in faccia al fedele che viene toccato in punti strategici, credo per allontanare il male. C’est tout. Un’oretta di surreale spinto, scalzo in una favelas. Ma facciamo un passo indietro. La mattina è iniziata con Marcos, la guida che ci ha portato fuori dalla zona sicura che è diventata un po’ troppo stretta per i nostri gusti. Siamo andati al mercato africano. E il primo incontro è stato con un ragazzo al semaforo che, al posto dello zainetto, portava una capra con le zampe legate e una gallina da offrire in sacrificio all’orixas. Ed è stato un crescendo. Con Marcos che, dopo averci fatto il giro di un Bahia che mai avremmo potuto conoscere senza il suo supporto, ci ha introdotto all’arte del Churrasco. Ora sappiamo come muoverci per non farci fregare. Qualsiasi cosa vi portino, voi chiedete della picanha. È più buona del filetto. E, per digerire, fate una passeggiata nel ristorante prima di uscire. Abbiamo girato intorno nel locale per avviare la digestione. Giuro. Scusate se non rileggo, sono stanco. Avrei mille cose da raccontare perché oggi è stata una giornata davvero fantastica. Ma sono stanco morto. E sono su un balcone che autorizza tutti i passanti a interrompermi e a scambiare due chiacchiere. E sì che si vede che non sono in modalità PR. O ormai lo sono sempre, chissà. Bonne nuit!

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Fabrizio Raimondi

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